Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]


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Mi dispiace archeologia, il problema non sei tu. Sono io

Cara archeologia, è da un po’ che penso di scriverti e forse finora ho solo rimandato un atto inevitabile.

Ho provato di tutto: ti ho dedicato un libro, ti ho praticata, ti ho criticata e ti ho difesa.

Poi sono arrivati due post che sono stati per me come un segnale (anzi, due): “scusa Facebook” e “si fa presto a dire disruptive”. Nel primo l’autore elenca i personali motivi che lo hanno portato ad abbandonare il social network blu, il secondo si interroga sul “fantastico e fantasmagorico” mondo delle start-up. Quest’ultimo in un passaggio recita: «Ma lo conosci il significato italiano di disruptive? Si traduce con dirompente. E cosa vuol dire dirompente? “Che esplode squarciando, frantumando, che ha effetti devastanti, sensazionali”».

Ecco, penso che seguirò per emulazione: saluterò l’archeologia in maniera disruptive.

Fonte: Tsahi Levent-Levi from Flickr (https://www.flickr.com/photos/86979666@N00/7829098984)

Fonte: Tsahi Levent-Levi from Flickr (https://www.flickr.com/photos/86979666@N00/7829098984)

Mi dispiace archeologia, non sei tu il problema. Sono io.

È colpa mia. Completamente.

Sono io che non posso più aspettare e scendere a compromessi. Non posso più sorvolare su brutture, storture e magagne.

Sono io che non posso più sopportare i “nuovi” profeti che ti invocano e ti portano in bocca indegnamente.

Sono io che non posso più sopportare le persone incapaci e gli usi sbagliati che si fanno dei mezzi di cui ci si dichiara esperti. Non posso più sopportare il pressapochismo.

Sono io che non posso più soprassedere all’auto-referenzialità generale e generalizzata che ti governa e impera nella maggior parte di coloro che ti frequentano.

Sono io che non posso più sopportare di vederti deturpata dalle stesse persone che dicono di difenderti. Non posso più sopportare la mancanza di progettualità. “Ma dove vai se un progetto non ce l’hai?”.

Sono io che non posso più sopportare l’improvvisazione: se fossimo in una scuola di teatro saremmo tutti bravissimi. Ma con l’archeologia, con i beni culturali non dovrebbe funzionare così. Gli eventi spot sono la regola, gli interventi straordinari la cosa più ordinaria del mondo, la confusione tra comunicazione e presenza pressoché quotidiana.

Esserci non vuol dire comunicare, maledizione!

Creare un hashtag e pomparlo per 24 ore non è comunicazione!

L’alternativa al titolo di questo post era “cosa resterà di #uffiziarcheologia?”. Ma poi ho deciso di scriverti, mia cara archeologia, e quindi ho cambiato tutto. Ma chiunque sa – o pensa di sapere – la risposta alla domanda batta pure un colpo. Davvero, non pensiate che voglia fare la parte del rosicone. La mia domanda non ha alcuna intenzione di polemizzare. Vorrei sapere se c’è un progetto dietro oppure è l’ennesima iniziativa solitaria.

Parafrasando una canzone, “cara archeologia il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose”.

Ti ripeto che il problema non sei tu, sono io.

Sono io che non sopporto più qualsiasi uso improprio di mezzi, parole e persone, perché ogni uso improprio è un abuso. E gli abusi mi fanno schifo.

Sono io che non sopporto le persone che si riempiono la bocca di vuoto, anzi di rumore.

Essere sulla cresta dell’onda non vuol dire essere bravi, vuol dire che tra poco – anzi, tra pochissimo – l’onda si frangerà e non lascerà scampo a coloro che adesso cavalcano tronfi.

Essere sulla cresta dell’onda non vuol dire che si sta raggiungendo un obiettivo, che si sta fornendo un servizio alla disciplina; vuol dire solo essere considerati strumenti promozionali facili, di cui tra poco si stancheranno, che non accadrà niente di diverso rispetto a quello che è successo ad altri strumenti.

Anche queste categorie “passeranno di moda” [1] e il trend diventerà un altro. Semplicemente.

Ripeto: se manca progettualità e strategia qualsiasi strumento – anche il più valido – non vale un ciufolo.

Sono io che non sopporto più che dopo le parole non si passi ai fatti. Non sopporto che non si badi alla sostenibilità di una professione, di un’attività, di una iniziativa. Non sopporto che si perda di vista l’obiettivo. E per me l’obiettivo è stato sempre e solo uno, dal febbraio del 2013: vivere di archeologia, anche attraverso il web.

Mi dispiace archeologia, ma il mio obiettivo non è più questo. Non sei più il mio obiettivo. E non per colpa tua.

Ti saluto, cara archeologia. Continuerai ad esistere anche senza di me e io continuerò a vivere anche senza di te. Sicuramente incroceremo di nuovo le nostre strade, ma da buoni amici. Come due che si sono frequentati per più di un decennio, che hanno condiviso tempo, risorse, speranze e delusioni e che prima o poi saranno anche in grado di ripensare agli anni passati con un sorriso.

Ti saluto, cara archeologia. Ti lascio in mano ai “surfisti” moderni di onde basse e mutevoli, ai nuovi profeti ed esperti che seguono una progettazione basata sull’improvvisazione.

Sono cresciuto professionalmente con il chiodo fisso di provare a far riaffiorare gli uomini del passato dietro alle cose. Negli ultimi anni ho smesso di provarci con le mani e la cazzuola e ho cominciato a provarci con le parole.

Ora vedo una linea d’azione piuttosto diffusa: nascondere gli uomini e le loro storie dietro agli strumenti e alle parole (troppe e sbagliate) e soprattutto al proprio ego.

——-

[1] Basti ricordare l’orgia del 3D, come giustamente la chiama Giuliano De Felice: https://www.academia.edu/13417877/Tecnologie_linguaggi_e_creativit%C3%A0_per_una_comunicazione_archeologica_sostenibile


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“The Hidden Treasure of Rome”: un’altra occasione persa per le associazioni di categoria

Questo post non è stato scritto per essere un post. E’ una riflessione poco mediata e molto immediata postata su Facebook un sabato mattina.

Ho capito che diverse persone la pensavano come me. E ho deciso che sarebbe stato appropriato farne un post, soprattutto per cercare di sapere / capire cosa ne pensano gli altri. Per sapere / capire cosa pensano le associazioni di categoria (oltre agli amici con i quali mi sono già confrontato).

 

Di solito non scrivo lunghi post su Facebook, ma stavolta ho fatto un’eccezione perché sono amareggiato.
Si organizzano incontri, simposi e tavole rotonde sottolineando l’importanza dell’unità e poi – alla prima occasione – ci si divide. Di nuovo. Continua a leggere


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Eccoci, siamo arrivati. Gli archeoblogger, i barbari della comunicazione culturale

Comincio così, senza preamboli. Un’apertura ex abrupto, alla Cicerone come direbbe la mia professoressa di italiano.

Per me la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico 2014 è stata un’ubriacatura.
Una sbronza di energie, idee, passione, professionalità e voglia di fare.
È questo il motivo principale per cui mi sono voluto prendere dei giorni per pensare prima di scrivere. Perché non volevo fare un racconto emozionale ma riflessivo.
Anche perché a fare un bellissimo riassunto ci hanno pensato Giuliano, Cinzia e Antonia. Continua a leggere


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Perché gli open data dovrebbero interessare tutti (ma proprio tutti) gli archeologi

Vi siete mai fermati a pensarci?
Vi siete mai resi conto che ci vantiamo di avere mezzi all’avanguardia e tecnologia a disposizione addirittura nelle nostre tasche, ma per la trasmissione della conoscenza e dei nostri studi non siamo molto lontani dagli stessi metodi di Pitt Rivers?
Pubblichiamo in ritardo dei dati e delle informazioni che servono subito e che invecchiano molto presto. Continua a leggere