Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Mi dispiace archeologia, il problema non sei tu. Sono io

13 commenti

Cara archeologia, è da un po’ che penso di scriverti e forse finora ho solo rimandato un atto inevitabile.

Ho provato di tutto: ti ho dedicato un libro, ti ho praticata, ti ho criticata e ti ho difesa.

Poi sono arrivati due post che sono stati per me come un segnale (anzi, due): “scusa Facebook” e “si fa presto a dire disruptive”. Nel primo l’autore elenca i personali motivi che lo hanno portato ad abbandonare il social network blu, il secondo si interroga sul “fantastico e fantasmagorico” mondo delle start-up. Quest’ultimo in un passaggio recita: «Ma lo conosci il significato italiano di disruptive? Si traduce con dirompente. E cosa vuol dire dirompente? “Che esplode squarciando, frantumando, che ha effetti devastanti, sensazionali”».

Ecco, penso che seguirò per emulazione: saluterò l’archeologia in maniera disruptive.

Fonte: Tsahi Levent-Levi from Flickr (https://www.flickr.com/photos/86979666@N00/7829098984)

Fonte: Tsahi Levent-Levi from Flickr (https://www.flickr.com/photos/86979666@N00/7829098984)

Mi dispiace archeologia, non sei tu il problema. Sono io.

È colpa mia. Completamente.

Sono io che non posso più aspettare e scendere a compromessi. Non posso più sorvolare su brutture, storture e magagne.

Sono io che non posso più sopportare i “nuovi” profeti che ti invocano e ti portano in bocca indegnamente.

Sono io che non posso più sopportare le persone incapaci e gli usi sbagliati che si fanno dei mezzi di cui ci si dichiara esperti. Non posso più sopportare il pressapochismo.

Sono io che non posso più soprassedere all’auto-referenzialità generale e generalizzata che ti governa e impera nella maggior parte di coloro che ti frequentano.

Sono io che non posso più sopportare di vederti deturpata dalle stesse persone che dicono di difenderti. Non posso più sopportare la mancanza di progettualità. “Ma dove vai se un progetto non ce l’hai?”.

Sono io che non posso più sopportare l’improvvisazione: se fossimo in una scuola di teatro saremmo tutti bravissimi. Ma con l’archeologia, con i beni culturali non dovrebbe funzionare così. Gli eventi spot sono la regola, gli interventi straordinari la cosa più ordinaria del mondo, la confusione tra comunicazione e presenza pressoché quotidiana.

Esserci non vuol dire comunicare, maledizione!

Creare un hashtag e pomparlo per 24 ore non è comunicazione!

L’alternativa al titolo di questo post era “cosa resterà di #uffiziarcheologia?”. Ma poi ho deciso di scriverti, mia cara archeologia, e quindi ho cambiato tutto. Ma chiunque sa – o pensa di sapere – la risposta alla domanda batta pure un colpo. Davvero, non pensiate che voglia fare la parte del rosicone. La mia domanda non ha alcuna intenzione di polemizzare. Vorrei sapere se c’è un progetto dietro oppure è l’ennesima iniziativa solitaria.

Parafrasando una canzone, “cara archeologia il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose”.

Ti ripeto che il problema non sei tu, sono io.

Sono io che non sopporto più qualsiasi uso improprio di mezzi, parole e persone, perché ogni uso improprio è un abuso. E gli abusi mi fanno schifo.

Sono io che non sopporto le persone che si riempiono la bocca di vuoto, anzi di rumore.

Essere sulla cresta dell’onda non vuol dire essere bravi, vuol dire che tra poco – anzi, tra pochissimo – l’onda si frangerà e non lascerà scampo a coloro che adesso cavalcano tronfi.

Essere sulla cresta dell’onda non vuol dire che si sta raggiungendo un obiettivo, che si sta fornendo un servizio alla disciplina; vuol dire solo essere considerati strumenti promozionali facili, di cui tra poco si stancheranno, che non accadrà niente di diverso rispetto a quello che è successo ad altri strumenti.

Anche queste categorie “passeranno di moda” [1] e il trend diventerà un altro. Semplicemente.

Ripeto: se manca progettualità e strategia qualsiasi strumento – anche il più valido – non vale un ciufolo.

Sono io che non sopporto più che dopo le parole non si passi ai fatti. Non sopporto che non si badi alla sostenibilità di una professione, di un’attività, di una iniziativa. Non sopporto che si perda di vista l’obiettivo. E per me l’obiettivo è stato sempre e solo uno, dal febbraio del 2013: vivere di archeologia, anche attraverso il web.

Mi dispiace archeologia, ma il mio obiettivo non è più questo. Non sei più il mio obiettivo. E non per colpa tua.

Ti saluto, cara archeologia. Continuerai ad esistere anche senza di me e io continuerò a vivere anche senza di te. Sicuramente incroceremo di nuovo le nostre strade, ma da buoni amici. Come due che si sono frequentati per più di un decennio, che hanno condiviso tempo, risorse, speranze e delusioni e che prima o poi saranno anche in grado di ripensare agli anni passati con un sorriso.

Ti saluto, cara archeologia. Ti lascio in mano ai “surfisti” moderni di onde basse e mutevoli, ai nuovi profeti ed esperti che seguono una progettazione basata sull’improvvisazione.

Sono cresciuto professionalmente con il chiodo fisso di provare a far riaffiorare gli uomini del passato dietro alle cose. Negli ultimi anni ho smesso di provarci con le mani e la cazzuola e ho cominciato a provarci con le parole.

Ora vedo una linea d’azione piuttosto diffusa: nascondere gli uomini e le loro storie dietro agli strumenti e alle parole (troppe e sbagliate) e soprattutto al proprio ego.

——-

[1] Basti ricordare l’orgia del 3D, come giustamente la chiama Giuliano De Felice: https://www.academia.edu/13417877/Tecnologie_linguaggi_e_creativit%C3%A0_per_una_comunicazione_archeologica_sostenibile

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13 thoughts on “Mi dispiace archeologia, il problema non sei tu. Sono io

  1. Ho letto il tuo post e sono pienamente d’accordo con te sulla (totale) mancanza di una progettualità a lungo termine di tutte queste iniziative un po’ random che si susseguono nel tempo, e che alla “professione” e all'”archeologia”, di fatto sembra che non portino nulla.
    Però non è neanche giusto demonizzare chi cerca di smuovere un po’ le acque e togliere quell’aspetto ingessato che da sempre caratterizza questa nostra professione: aspetto ingessato, polveroso e “noiosi” che di fatto ci lascia sempre ai margini di una comunicazione (nei grandi mass media) in mano sempre ai soliti (che poi non sono neanche archeologi).
    Ognuno poi porta la il proprio bagaglio personale, caratteriale e comunicativo. C’è chi la butta più sul “giocoso” e chi più sul “serioso”, com’è giusto che sia visto che siamo tanti e ognuno con la propria personalità.

    • Ciao Francesca,
      grazie per la condivisione del tuo pensiero.

      Sia ben chiaro: io non voglio demoralizzare nessuno!
      Ho solo espresso un pensiero, il mio punto di vista, ho provato a concentrare quello che viene dalla testa e quello che viene dalla pancia per farlo uscire attraverso le mani sulla tastiera.
      Io sosterrò sempre le persone che vogliono e vorranno smuovere le acque nei beni culturali. E – come ho scritto – sicuramente ci saranno altre occasioni in futuro in cui io e l’archeologia incroceremo di nuovo le nostre strade.

      Però torno al punto principale: senza strategia (locale, territoriale e globale) non si va da nessuna parte. Tutto il resto è hashtag e distintivo 😉

      Finché ne sarai convinta e contenta, vai avanti con il tuo impegno. Ti leggo spesso.
      Io ho solo deciso di modificare l’ordine delle mie priorità.

      Un caro saluto,
      Alessandro

  2. Sei sicuro, Alessandro?
    La tua decisione mi sembra legata ad un evento molto specifico, anche se posso immaginare che sia solo una grossa goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo…
    Paola

    • Cara Paola,
      le decisioni spesso sono legate ad avvenimenti specifici, contingenti ed estremamente soggettivi.
      Tanti avvenimenti specifici fanno una decisione. Come in questo caso.
      Ero consapevole sin da quando ho cominciato a pensare questo post che potevo essere equivocato. Forse è successo, forse succederà…o forse no.
      Volevo solo esprimere il mio pensiero e punto di vista.
      Chi mi conosce sul serio sa che posso essere accusato (quasi) di tutto, ma non di essere la volpe che non arrivando all’uva dice che è acerba.
      Io tifo per le persone valide e di valore che ho incontrato negli anni e le sostengo affinché il cambiamento possa arrivare dove oggi sembra difficile addirittura pensarlo.
      Un abbraccio.

  3. Ho appena terminato la lettura del tuo libro e sento il bisogno di ringraziarti. È vero, purtroppo è difficile vivere di ciò che si ama. Io studio storia (e puntualmente la gente mi chiede “ma esiste una facoltà di storia?” o peggio ancora mi domanda il perché io la studi) e dopo la triennale voglio specializzarmi archeologia, non è che mi piacerebbe.. Io voglio diventare archeologa , è una certezza. Ho passato un periodo di crisi in cui ho pensato di lasciar perdere il passato e di buttarmi su una laurea economica/politica.. Per fortuna è stato solo un periodo. Sto preparando un esame di epigrafia greca e se mi rende felice.. se leggere le parole del Bianchi Bandinelli fino alle 4 mi fa sentire bene vorrà pur dire qualcosa, vorrà dire che è la mia strada, no? Consapevole del fatto che le possibilità di vivere di archeologia è minima, leggere le tue parolemi mi hanno fatto sorridere e, potrai non crederci, ora sono ancora più convinta della mia scelta.
    PS. La mia prof di storia e lettere delle medie mi disse che era meglio lasciare perdere latino (ho un 28 in diplomatica) e che il liceo non faceva proprio per me (ora sono al secondo anno e perfettamente in corso), quasi quasi le lascio il libretto universitario sull’auto 🙂

    Elisa

    • Ciao Elisa,
      grazie per il tuo commento e la tua condivisione.
      Sono davvero contento che le mie pagine ti siano piaciute e ti abbiano “ispirato” ancora di più.
      Bada bene: leggere le tue parole ha ispirato anche me.
      Sapere che ci sono persone come te che VOGLIONO diventare archeologhe mi riempie di gioia e speranza.
      Sì, il fatto che tu possa leggere pubblicazioni specialistiche fino alle 4 senza sentire stanchezza o noia è un gran bel segno.
      E’ il segno che stai percorrendo la strada giusta. La tua.
      Non quella conveniente, ma quella che ti appassiona e ti muove qualcosa dentro.
      Come ho scritto in qualche post, non è questione di convenienza ma di convinzione. E consapevolezza.
      Ricorda che l’archeologia può diventare tutto quello che tu vuoi. Fuori dagli schemi precostituiti e dai modelli che qualcuno si ostina a mantenere.
      Guarda con attenzione e curiosità il mondo della comunicazione, utilizza strumenti nuovi e lasciati ispirare anche da persone da cui pensi siano lontanissime dal tuo ambito di studio.
      La nostra categoria potrà ambire al “salto di qualità” solo quando riuscirà a comunicare l’importanza della sua esistenza.
      Tienimi aggiornato sui tuoi studi e le tue “vicende” 😉
      Con affetto,
      Alessandro
      PS: per esperienza personale, ti consiglierei di lasciare la fotocopia del libretto su quella macchina!

  4. Puoi dirmi dova posso scaricare il tuo libro?grazie…mi trovo in una situazione difficile ..dopo una laurea magistrale in Archeologia …e poi il niente..

  5. Caro Alessandro… ho letto ora il tuo post e devo dire che queste parole da te che sei un baluardo dell’archeologia non me le aspettavo. Ricordo un certo Armando che fu criticato fortemente per aver “predetto” che prima o poi tutti mollano. Cos’altro dire… mi pare ovvio che forse, se anche tu, ultimo difensore della causa arrivi a pensare che ci sia qualche problema.. forse gli stai dando ragione…

    con affetto
    un tuo assiduo lettore
    Sabatino

    • Caro Sabatino,
      grazie per le tue parole che mi hanno fatto molto riflettere.

      Non so dire se Armando aveva ragione, ma per fortuna ci sono tante altre persone – forse più motivate, caparbie e competenti di me – che stanno continuando a lavorare per non far finire alla deriva una barca senza più capitani da decenni.

      Con altrettanto affetto,
      Alessandro

  6. ciao Alessandro,
    mi sono imbattuta per caso nel tuo blog e ho iniziato a leggere i vari post e relativi commenti, di volta in volta appassionati e fiduciosi o saturi di disillusione e disincanto rispetto all’archeologia, intesa come percorso accademico e come sbocco professionale.
    Io sono una ‘vecchia matricola’ (mi piace definirmi così da quando ho finalizzato la mia immatricolazione, quest’anno, al corso di laurea in beni culturali indirizzo archeologico) che ha chiuso un’antica carriera in Filosofia e che oggi (a 48 anni suonati), spinta da un qualche bizzarro impulso, ha deciso di intraprendere questo percorso.

    Devo dire che – fino all’ultimo giorno utile per iscrivermi – ho temporeggiato a lungo, chiedendo a qualche ‘addetto ai lavori’ di esprimere un parere al riguardo, con franchezza. E con franchezza (così mi è parso) mi è stato detto che non ci si può affidare alle statistiche e al calcolo soprattutto a questa età e che se studio, mi impegno, se ci credo, posso avere le stesse chances dei più giovani. Frasi consolatorie?

    Quello che si legge in giro è scoraggiante, direi quasi allarmante, e mi chiedo se ho fatto bene a seguire questo primo impulso (insieme al ricordo ingenuo di me bambina di terza elementare che annotava scrupolosamente codici di etichette accanto ai reperti nel grande museo archeologico della città) o se non sarà solo una perdita di tempo, di energia e di soldi e che se un brillante laureato di 25 anni faticherà a trovare il suo assetto in questo ambito così “elusivo”, figuriamoci una che ha il doppio dei suoi anni.
    Tu che ne pensi? Con franchezza.

    PS in un mondo ideale, l’Italia baserebbe la sua economia sull’archeologia. Il pensiero in se è molto realistico, concreto come le migliaia di siti archeologici che costellano il nostro Bel Paese. Allora forse siamo noi a dover cambiare approccio. E indipendentemente dall’età.

    Alp

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