Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Di biblioteche e mutanti, ovvero quello che avrei voluto dire alla presentazione di Archeostorie a Ravenna

5 commenti

Inaugurare un parco archeologico è come aprire una biblioteca.

Solo che in questa biblioteca ci sono libri con dentro storie che solo poche persone sanno leggere. Quindi se proprio dobbiamo stabilire delle priorità nella valorizzazione, la più urgente e allo stesso tempo doverosa è la comunicazione. La comunicazione a scopo divulgativo, sociale e didattico.

Se non raccontiamo quello che manteniamo, ripariamo e ci prendiamo cura di pietre vuote, morte.

Tornando al paragone con la biblioteca, sarebbe come se lasciassimo aperta una biblioteca piena di volumi senza testo scritto.

E quello che raccontiamo deve essere accessibile e comprensibile a tutti, deve viaggiare sui canali giusti e raggiungere i destinatari scelti.

Volevo fare una confessione.  Io sono un mutante.

Sapete perché sono un mutante? Perché ho deciso di diventare una cosa che ancora non esisteva e ho deciso di fare una cosa che solo in pochi si sognavano di fare.

Cioè usare le parole in archeologia.

“Come sarebbe usare le parole in archeologia? Perché prima di te nessuno le aveva usate?”, vi state chiedendo.

Prima di me, prima di noi, sono state usate le parole dell’archeologia. La questione è profondamente diversa.

Non voglio sembrare autoreferenziale – ma un po’ mi tocca esserlo – fino a poco tempo fa coloro che appartenevano alla nostra categoria sono stati profondamente presuntuosi.

Hanno pensato – abbiamo pensato – che il 99,9% della popolazione dovesse comprendere il gergo dello 0,01% della restante parte studiosa di archeologia e beni culturali.

Abbiamo pensato che in fondo è stato sempre fatto così e non si capiva perché avremmo dovuto fare diversamente.

Bastava pubblicare gli studi sui materiali, gli aggiornamenti delle ricerche, qualche intervento in convegni specialistici e il nostro dovere era fatto.

Invece no. Invece ci stavamo perdendo nel cambiamento. Invece mentre noi viaggiavamo su un treno fermo, la società, le autorità e tutto il mondo ci sfilava davanti e noi rimanevamo indietro e fermi.

A battibeccare su chi è autorizzato a fare cosa, su chi può essere chiamato archeologo e chi no, su chi è più bravo e chi meno bravo.

La verità è che eravamo completamente impreparati. Impreparati e inadeguati al compito che dovevamo svolgere. Ovvero, comunicare.

In queste occasioni, non riesco a non citare il collega Stefano Valerio, che le persone sedute con me conoscono e che invito anche voi a conoscere seguendolo su Twitter.

“Eravamo talmente impreparati che è stato come se ci fossimo presentati sul set di un film porno con fiori e cioccolatini”.

La butto sul ridere ma c’è da rifletterci seriamente.

Avevamo perso il nostro pubblico. E quando lo abbiamo capito, abbiamo provato a recuperarlo goffamente, parlando di tempio tetrastilo, colonne rastremate, fasi pro-bizantine, anastilosi e simili.

E pensate che ci sono musei e professionisti che ancora comunicano così. O meglio, pensano di comunicare. In realtà stanno solo facendo rumore. E il rumore dà fastidio e subito si cambia canale o si spegne l’attenzione. Ed è anche questo l’errore più comune: pensare che utilizzare un nuovo mezzo di comunicazione faccia di noi degli innovatori. Ma non è assolutamente così, se non si utilizzano anche linguaggi e registri nuovi e diversi.

Quindi, stavo dicendo, che ho deciso di non utilizzare le parole dell’archeologia, ma le parole di tutti i giorni per parlare di archeologia. E in quel momento – quasi 3 anni fa – in pochissimi ci stavano provando. E non è un caso che quelle persone siano sedute al tavolo con me.

Badate bene, io non mi sono improvvisato mutante. Ho studiato per esserlo: ho studiato per due anni comunicazione e nuovi media, ma anche marketing e management. Con un unico scopo: diventare una cosa che ancora non esisteva.

Voglio chiarire un punto: sono molto orgoglioso di aver contribuito e partecipato nel mio piccolo ad Archeostorie. Sono convinto che con il passare del tempo verrà sempre più visto come un momento di svolta per la disciplina, partita dal basso con la forza e la determinazione di chi è disposto a fare di tutto pur di non rinunciare alla propria passione.

Ma voglio chiarire anche un altro punto: Archeostorie non ha improvvisamente fatto crescere le possibilità lavorative in ambito culturale. Non ha dimostrato che si può vivere di archeologia.

Perché se tutti noi avessimo potuto realmente vivere di archeologia, questo libro non l’avremmo mai scritto. Archeostorie non sarebbe mai esistito.

Quindi per me Archeostorie non è un punto di arrivo, ma una partenza. Non è uno show dal titolo “guardate come siamo stati bravi: ci siamo trovati un lavoro”, ma è piuttosto un urlo che dice all’Italia “guardate quante cose potremmo fare se la situazione fosse diversa. Se avessimo delle politiche culturali serie e lungimiranti. Se ci fossero delle persone competenti al posto giusto e non delle persone giuste in un posto per competenti”.

Io volevo solo diventare una cosa che ancora non esisteva.

Ci sono riuscito? Non lo so, penso che la strada che abbiamo scelto non abbia mai una fine ma solo degli sviluppi e dei progressi, a volte prevedibili e a volte imprevedibili.

Per ora non sono mai riuscito a fare di questa mia mutazione una vera professione, nessuno mi ha mai pagato per questo.

Però di una cosa sono convinto ed è una cosa che mi fa sorridere e che riguarda proprio questa occasione, si tratta di come Archeostorie e coloro che hanno deciso di crearlo abbiano cambiato le regole del gioco.

La Fondazione Ravennantica ha la casella di posta elettronica piena di mail di un povero sfigato che dal 2011 al 2013 gli ha inviato costantemente e ripetutamente il proprio curriculum ogni anno con un’esperienza o un certificato in più. Inutile che vi dica chi è quello sfigato, vero?

Il fatto di essere qui stasera, invitato e richiesto, a parlare di argomenti e specialità che non venivano considerate degne 2 anni fa, lo posso considerare una buona legge del contrappasso.

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5 thoughts on “Di biblioteche e mutanti, ovvero quello che avrei voluto dire alla presentazione di Archeostorie a Ravenna

  1. Alessandro D’Amore il 26 marzo 2008 at 16:23 in un commento ai lavori sul Volturno così scriveva sul mio blog

    Salve Arch. Valente
    sono laureato in Scienze dei Beni Archeologici all’Università di Siena e sto ultimando gli studi della specialistica. Purtroppo ho ‘scoperto’ solo ora questo suo spazio e non ho potuto fare a meno di intervenire.
    E dire che proprio quest’estate, nel mese di Agosto mi sono recato al sito di S. Vincenzo per visitare e vedere da vicino uno degli scavi più importanti d’Europa non solo del periodo altomedievale. Uno dei miei più stimati professori del peso e del livello culturale di Riccardo Francovich, prematuramente scomparso, non smetteva mai di lodare la gestione e la metodologia del suo caro amico Richard Hodges e non smetteva mai di condannare, invece, quella che negli ultimi anni è stata la gestione. Mi rammarico ma non mi rassegno; anche per questo continuo ad andare avanti negli studi con sempre rinnovata forza anche dopo ‘batoste’ del genere.
    L’ammiro molto.
    Alessandro D’Amore

    … da allora la situazione è solo peggiorata….
    Non mollare!

    • Salve architetto,
      è davvero un piacere ri-trovarla.
      Non ho mai smesso di seguire il suo spazio e le sue riflessioni.
      Molte cose sono cambiate, troppe cose – purtroppo – sono rimaste identiche.
      Quel suo modo di comunicare le sue conoscenze, le sue passioni e i suoi studi hanno ispirato questo mio spazio.
      Argomenti diversi, ambiti differenti, ma obiettivi simili.
      Non so dirle se ho ancora convinzione in questa cosa. Forse sì, altrimenti non sarei qui a risponderle.
      Se avrò modo, la verrò a trovare in uno dei suoi interessanti interventi in regione.
      Un caro saluto,
      Alessandro

  2. Caro Alessandro, ho letto con piacere le tue riflessioni e mi sono ritrovata in tanti dei tuoi pensieri. Credo di essere anche io un mutante, lo so da tempo…. e tu con le tue parole mi hai fatto sentire meno sola. Un mutante incompleto, probabilmente, che ha sognato come te di fare una cosa “che ancora non esisteva e […] che solo in pochi si sognavano di fare”: occuparmi di comunicazione archeologica per usare le parole in archeologia, “le parole di tutti i giorni per parlare di archeologia”. La tua storia in qualche modo ha un inizio simile al mio, anche se il corso è stato molto differente. Io credo di esser rimasta un mutante a metà. Una che ha avuto anche qualche buona idea e a volte, quando è stato possibile, quando ci sono state le condizione e le persone giuste, ha cercato di realizzarla. Ma in quel momento – e ti parlo del 2005-2006, sono proprio tanti ma tanti anni, dovevo laurearmi alla triennale e mi sarebbe piaciuto occuparmi di comunicazione archeologica…- davvero, davvero in pochi – come scrivi anche tu- ci stavano provando. Poi mi sono un po’ scoraggiata, sono tornata sul “percorso tradizionale” ma tra problemi, deviazioni, battute d’arresto, cambiamenti di rotta, problemi (e, in mezzo, mentre il tempo passa, anche un matrimonio e un bimbo… eh si, da 2 anni e mezzo sono anche mamma!) mi sono arenata. Nel frattempo però ho collaborato con una casa editrice e uno studio di comunicazione e ho realizzato un po’ dei miei sogni impegnandomi nel volontariato culturale, tanti progetti anche belli e interessanti…. Ma sono ben lontana dal trasformare tutto questo in una professione.
    Le tue parole mi hanno dato forse la conferma che proprio male male non ho fatto. Ora ho l’occasione di chiudere il mio cerchio e scrivere finalmente la mia tesi di laurea specialistica (dopo un libretto pieno di 30 e lode e gli esami finiti da parecchi anni è il minimo che devo a me stessa!) occupandomi di comunicazione in archeologia e, in particolare, di narrazione e racconto della città. Sono una privilegiata (anche se questo ha costituito un aggravio di lavoro notevole) perchè il mio ‘laboratorio’ è la città di Matera, che da quando è diventata Capitale Europea della Cultura è tutto un fiorire di iniziative, convegni, workshop e vattelappesca sulla comunicazione, sulla narrazione, sull’identità……. tema di gran moda! Speriamo cambi davvero qualcosa!!!! Intanto, mentre mi rimetto al lavoro, ti faccio i miei complimenti per tutto e gli auguri, che giro anche a me stessa, perchè le strade che abbiamo scelto, nella loro imprevedibilità possano comunque farci qualche bella, inaspettata sorpresa.
    Antonella

    • Cara Antonella,
      il piacere è altrettanto mio nel leggere queste tue parole.
      È precisamente quello che mi sono sempre detto: se riesco a far sentire meno sola anche una persona, mi riterrò soddisfatto. E tu me ne dai la conferma.
      Se vuoi continuare a sentirti una mutante meno sola, ti invito a scaricare il mio ebook a questo indirizzo al “prezzo” di una condivisione (Facebook, Twitter, Google Plus): http://www.paywithapost.de/pay?id=437de8c1-249c-42d5-94cf-afc9472a5c0c
      Hai ragione, le nostre storie appaiono davvero molto simili. Grazie per aver voluto condividere la tua storia, la tua esperienza e le tue scelte con me; mi sento onorato e felice tutte le volte che succede.
      Sono davvero contento che – nonostante le rinunce e le “deviazioni” – tu stia in qualche modo chiudendo il cerchio, ri-trovando un equilibrio che ti sembrava precario o incompleto.
      Anche io ti mando i miei migliori auguri e spero che le nostre strade possano portarci in “luoghi” che non ci aspettavamo di visitare e di cui non conoscevamo l’esistenza.
      Scrivimi se vuoi, quando vuoi, di quello che vuoi. Sarà sempre un piacere leggerti.
      Alessandro

      • L’ho letto, e ti confesso di essermi anche commossa più volte pensando al mio primo amore che non si scorda mai. Grazie per le tue parole! Mi hai dato tanto coraggio….. Un abbraccio “virtuale” e a presto!
        Antonella

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