Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Le brutte storie e la fiducia nel futuro della cultura

3 commenti

Le brutte storie portano a perdere fiducia.
E di brutte storie se ne sono viste e sentite tante in giro. Infatti ho perso la fiducia, quasi in tutto.
C’è stata la vicenda “The Hidden Treasure of Rome”, c’è stato il bando del comune di Roma, c’è stata l’ombra del coinvolgimento di un alto funzionario dei beni culturali nell’inchiesta “Mafia Capitale” (la stessa persona che mi è stata accanto per un paio d’ore e che con calma serafica ripeteva che non ci dovevamo mica tanto lamentare, che in fondo neanche nel resto dell’Europa la figura professionale che vogliamo diventare esiste e che poi – seppure fosse esistita – non ci sono i fondi), infine la chiusura del corso di laurea magistrale in archeologia presso l’università di Foggia.

Ecco, questi sarebbero già dei validi motivi per perdere la fiducia, quasi in tutto. Ma un po’ perché sono un buon incassatore, un po’ per deformazione professionale (ché si sa che se decidi di essere archeologo devi farti crescere subito un bel callo sulle mani e un altro paio nell’orgoglio e nella pazienza), la classica goccia che colma la misura è stata una brutta storia di comunicazione.

Fonte brandonhall.com

Fonte brandonhall.com

È partita da un articolo di Severgnini, uno dei pochi che reputavo in grado di fare da tramite tra la “vecchia” comunicazione e la “nuova” comunicazione, che ci spiega perché il sito del Corriere della Sera abbia deciso di chiudere i commenti da parte degli utenti.
Volete il succo? “Non abbiamo tempo, voglia e risorse per fare i guardiani dello zoo”.

Punto primo: i guardiani dello zoo sarebbero coloro che con la rete ci lavorano, che creano contenuti e li gestiscono. Deduco che i giornalisti del Corriere non fanno parte di questa categoria.
Punto secondo: sono anni che studio e il guardiano dello zoo vorrei essere io, perché credo nelle conversazioni e nelle relazioni.
Punto terzo: è evidente che a nessuno di questi signori interessi lo scambio e il coinvolgimento del pubblico.

Beh, se il sito non è il luogo dove far scatenare i troll, allora i social saranno gestiti con una policy ben diversa. Questo è il risultato.

A rigor di logica, il Corriere dovrebbe chiudere i commenti anche alla sua pagina Facebook, account Twitter e compagnia cantante. Perché se non vogliono essere vetrina per pochi idioti e per la spazzatura, allora che si decidano a fare pulizia dappertutto oppure ad essere coerenti.
Ma, giustamente, loro non hanno né tempo, né voglia, né risorse.

Non voglio allontanarmi troppo dal punto di partenza: la fiducia.
Ecco, qui si parla di giornali, di informazione, ma in realtà si parla di tutto. Si parla del mondo e si parla di noi. Questo paradigma è comune ad uno svariato numero di ambiti, non ultimo quello culturale.

Sono un Ministero / un museo / un’istituzione culturale e voglio un sito internet, ma non ho tempo, voglia e risorse per aprirlo ai commenti; voglio i social ma non ho tempo, voglia e risorse per gestirli in maniera mirata e oculata; voglio coinvolgimento ma non ho tempo, voglia e risorse per generarlo. In fondo, lo sanno tutti che i follower non sono visitatori paganti e che online e “vita reale” non hanno nulla a che fare.

Vi ricorda qualcosa? Vi suona familiare?
A me sì, ricorda molte cose e suona molto familiare. Purtroppo.
Per questo ne ho abbastanza, ho smesso di avere fiducia e di credere. Pensavo che fossi solo un inguaribile pessimista a vedere del marcio in tutto, in realtà mi rendo conto ora che stavo semplicemente cogliendo dei segnali, degli indizi.
Gli indizi stavano e stanno nelle cronache, nei fatti e nelle politiche gestionali dei nostri beni culturali. Sono lì, alla portata di tutti; basta solo avere il coraggio di guardarli negli occhi.

L’Italia non investirà mai in cultura. L’Italia preferisce varare decreti “Sblocca Italia” per far costruire senza tanti fronzoli e permessi, per far ripartire l’economia; preferisce dare 80 euro qui e là credendo che i beneficiari saranno tanto stupidi da usarli per comprare un regalino piuttosto che pagare una delle tante tasse; preferisce varare un programma di trivellazioni in zone già martoriate dal dissesto idrogeologico e dall’inquinamento selvaggio al quale le regioni non possono appellarsi, perché si sa che ci piace stare al passo con l’innovazione nel campo energetico.

I proclami, le promesse, i progetti sono buoni per la campagna elettorale. Nella vita reale non servono a niente perché sono, saranno e rimarranno sempre parole.
L’Italia e i suoi governi hanno deciso deliberatamente di non occuparsi in maniera civile, decente e lungimirante di cultura.

Ovviamente spero di essere smentito. Ma dagli indizi che colgo, ho un timore: se qualcuno metterà le mani nella cultura, lo farà per peggiorare la situazione.

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3 thoughts on “Le brutte storie e la fiducia nel futuro della cultura

  1. si, purtroppo la situazione e’ veramente intricata, per quel che riguarda il mondo della cultura da noi, come nell’economia il lavoro e altri campi si accumulano errori e orrori annosi e anche recenti, e il risultato e’ questo. Sui problemi specifici che denunci nel tuo blog nel settore archeologia c’e’ poi da fare delle riflessioni, ho letto apposta per farmi una idea chiara e completa della situazione praticamente tutti i post che hai scritto, e pure i commenti, ho saltato solo i 100 commenti del thread epico!! .. ma li leggo anche quelli con calma!
    e cioe’ le riflessioni sarebbero queste.
    il problema di una arretratezza pesante e scandalosa dei musei e istituzioni archeologiche nel mondo della comunicazione contemporanea, che fai notare, la mancanza di una strategia chiara, peggio, di una intenzione vera a comunicare con il proprio pubblico, l’imdifferenza o il rifiuto o l’avversione al mondo di internet eccetera, ecco questo problema su cui giustamente insisti te e’ purtroppo solo una parte del problema piu’ generale della gestione del settore, e nemmeno il piu’ importante mi verrebbe da dire. Perche’ se nei musei e nelle istituzioni non finissero sempre i soliti noti con le solite maniere di accesso, se quindi venissero prese persone in base alle capacita’, certamente queste istituzioni avrebbero un’altra velocita’ e non sarebbero sclerotizzate in una stasi immota come sono ora.
    Viceversa, le stesse istituzioni, se messe di fronte alla necessita’, dovessero essere forzate a usare i social network a comunicare in un’altra maniera, non ti preoccupare che lo farebbero: assumerebbero il solito amico o i soliti amici degli amici che sanno un po’ di comunicazione internet, e con questo sarebbero a posto.
    A quel punto si sarebbero difesi dalla accusa di non comunicare con i mezzi di oggi, di non essere al passo con i tempi.
    Per cui sarebbero inattaccabili anche da questo punto di vista.
    E’ ovvio che questo non risolverebbe il problema vero e principale, cioe’ di come di quanti e di chi si assume; come quanti e sopratutto chi sono quelli che riescono a arrivare al famoso risultato di “vivere di archeologia”.
    Quindi accusarli di non essere al passo con i tempi e’ giustissimo. Quelle vetrine malinconiche e polverose con i cartellini con la famosa definzione di tempio tetrastilo solo in italiano, sono degli scandali e danno veramente ai nervi.
    Ma.
    Nello stesso tempo per voi che siete esclusi puntare sopratutto su questa accusa rischia di essere in parte almeno un boomerang, perche’ il problema centrale e’ che voi senza un dio che vi appoggia siete esclusi senza motivo, e questo succederebbe anche se i musei e le istituzioni archeologiche risolvessero o almeno migliorassero le loro arretratezze comunicative.

    • Ciao Alberto,
      grazie per la tua riflessione. Intanto ti premio virtualmente perché ti sei sorbito quasi tutti i miei post (e soprattutto i commenti!) 🙂
      Scherzi a parte, ovviamente io mi concentro spesso solo su UNA parte del problema. Come tutte le situazioni complesse e stratificate nel tempo, anche la situazione del settore culturale è sfaccettata e suddivisa in tanti sotto-problemi.
      Altrettanto ovviamente, non ho mai “pontificato” di avere la soluzione a tutti i mali culturali o – per dirla con un paragone fumettistico – la pozione magica di Asterix che ci renderebbe invincibili. Come dici tu, se i musei e le istituzioni culturali si dotassero ADESSO di tutto ciò che serve per comunicare e comunicarsi, ma continuassero ad essere gestiti e ad essere intesi così come lo sono sempre stati, non cambierebbe un bel NIENTE.
      Sono d’accordo con te.
      Più volte ho posto l’accento sul cambio di mentalità e l’approccio di gestione necessario se realmente si vuole cambiare qualcosa.
      La comunicazione – e i vari strumenti con cui la si pratica – sono solo mezzi, appunto.
      Io ho sempre teso a non criticare le istituzioni (e le loro tendenze in ambito culturale) SOLO per l’arretratezza tecnologica, perché in fondo lo ritengo addirittura un aspetto secondario. Ma ho sempre focalizzato l’attenzione sulle pratiche, sulle mentalità e sulle brutture del sistema. Questi sì, aspetti fondamentali.
      Finché non si cambieranno i termini principali dell’equazione, le aggiunte o le sottrazioni saranno solo variabili irrilevanti che non modificheranno il risultato finale.
      Grazie ancora per la condivisione.
      Alessandro

  2. In fondo il problema e’ lo stesso nel settore del teatro e del video e cinema prodotto a livello regionale che poi il mio settore. Il fatto e’ che i problemi sono gli stessi in tutta l’area della cultura istituzionale.
    Infatti, esistono nella mia regione in Toscana, dei gruppi teatrali che per motivi oscuri e inspiegabili in apparenza sono favoriti da anni, sovvenzioni, aiuti, spazi, o altro, da parte degli enti locali, li fanno vivere… di teatro. Mentre per tutta una serie di gruppi questo risultato negli anni risulta un miraggio, e non c’e’ verso, per quanto qualcosa finisca per colare anche ai senza dio, ma chi ci campa di teatro o di video o cinema sperimentale e d’autore, di documentari, eccetera, sono sempre le stesse persone da un anno a un altro.
    E li’ nemmeno si puo’ alcuni di loro, almeno, accusarli di scarsa qualita’. Perche’ almeno qualcuno di loro fa un ottimo lavoro o quanto meno sono degni.
    Il fatto e’ che la vasta massa degli “altri”, di quelli non protetti, che siano bravi bravissimi o scalzini, sono in partenza esclusi.
    Per cui alla fine al di la’ di un discorso “ma come spendete i vostri soldi” c’e’ l’argomento ancora piu’ forte “ma perche’ li date solo a loro”.

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