Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

16 thoughts on “Conviene studiare archeologia? [*]

  1. In bocca a lupo.. ridimmelo tra una decina d’anni.

    • D’accordo, lo farò 🙂
      Un mese fa sono passati esattamente 10 anni dalla mia iscrizione all’università, facoltà di lettere e filosofia, corso di studi in archeologia.
      A 10 anni dalla laurea (2019) scriverò un altro post 😉

  2. Caro Alessandro anche io sono d’accordo con te. Ho fatto la tua stessa scelta otto anni fa. Amavo questa materia e ho combattuto per poterla studiare. Adesso però le difficoltà sono talmente tante che mi rendo conto che coloro che consigliano di non fare archeologia, probabilmente non lo dicono senza motivo, ma proprio perchè qualsiasi cosa si possa fare si viene ostacolati.
    Lo sto provando in prima persona: l’archeologia, nonostante ci siano ormai metodi scientifici, non ne vuole sapere di modernizzarsi. Chi detta legge nel nostro campo? I professoroni, attaccati alla propria scrivania da anni, che favoriscono solo i propri proseliti predestinati. Gli altri, anche se hanno belle idee e diventano miopi sui libri a forza di studiare, spremendosi le meningi per trovare nuovi metodi di indagine, finiscono per scoraggiarsi perchè non vanno da nessuna parte. Anzi, alcuni volte sono presi proprio per matti presuntuosi.
    Tuttavia, che dire? Credo che se tornassi indietro farei di nuovo questa scelta. Sono una ragazza che non riesce a ragionare seguendo il dio denaro, ma seguendo quel che dice il mio cuore. E quest’ultimo batteva e sempre batterà per l’archeologia.
    Spero davvero che, noi nuove menti, riusciremo un giorno a scardinare le polverose teorie degli accademici, fornendo un po’ più di luce a una materia così interessante. Voglio convincermi che persistendo alla fine otterremo qualcosa, forse anche un lavoro e quindi un futuro, concetti che ai suddetti professoroni (che lo hanno da secoli) sembrano proprio non toccare affatto.

    • Cara Cristina,
      grazie per la diretta e sentita testimonianza che hai deciso di condividere.
      Hai detto bene: quando abbiamo studiato noi, 10 e 8 anni fa, abbiamo fatto una scelta (di cuore, di passione) senza conoscere “realmente” il mondo lavorativo che ci aspettava, senza poter sapere che ci avrebbero cambiato le regole del gioco strada facendo. Ma ora è diverso, ora è tutto palese, evidente.
      Se cominciassi a studiare adesso – con la consapevolezza che ho e che abbiamo del periodo storico e sociale nel quale viviamo – potrei articolare e gestire il mio percorso conoscendo i rischi e potendo prendere tutte le precauzioni e gli accorgimenti che mi potrebbero permettere di evitarli (o quantomeno limitarli).
      Hai ragione anche su un’altra cosa: come ho scritto nel precedente post sugli open data, non conviene promuovere un cambio di mentalità nella disciplina da parte di coloro che occupano le alte sfere e che – quasi sempre – decidono per noi, soprattutto perché perderebbero uno status a cui sono troppo affezionati: detentori assoluti della conoscenza.
      Le tue ultime righe mi hanno fatto affiorare un sorriso sul viso perché emerge ancora più prepotentemente la passione che ti ha spinto a prendere una decisione di questo tipo e la forza che ti aiuta ogni giorno ad andare avanti. Soprattutto perché quella forza e quella passione la trovo anche io, tutti i giorni, nonostante tutto, e insieme a noi la cercano e la trovano migliaia di persone.
      Perché se vogliamo cambiare, se vogliamo diventare qualcosa di diverso, lo possiamo fare solo noi. Dobbiamo farci trovare pronti quando i ‘giganti’ cadranno e ci daranno finalmente la possibilità di immaginare un futuro diverso.
      Spero di non essere stato troppo retorico. Io ci credo. E se proprio qualcuno dovesse urlarmi “chi di speranza vive, disperato muore”, mi ricorderò che non sono solo cittadino italiano ma anche d’Europa.
      [Alessandro]

  3. Francamente non posso dire di non essere stata avvisata.
    Prima della definitiva iscrizione universitaria, 15 anni fa, ebbi l’occasione di andare a parlare con l’assistente (professore predestinato, ma all’epoca non lo sapevo) di una notissima professoressa di archeologia della mia università… un po’ così, per avere qualche dritta. Per la verità non ricordo esattamente i motivi che mi spinsero ad andare a parlarci, a quel punto non avevo dubbi su quale sarebbe stato il mio percorso universitario… ricordo solo che avevo casualmente conosciuto una signora molto ricca, laureata in archeologia, che un giorno mi aveva fatta entrare nella sua lussuosa casa, piena di vasi greci originali (davanti ai quali mi era letteralmente caduta la mandibola), e aveva deciso che io dovessi parlare con questo ragazzo, che lei conosceva molto bene. Avevo solo pensato: “Be’, perché no?!”.
    Il ragazzo in questione mi squadrò e non mi disse, come mi aspettavo, di dargli del ‘tu’.
    Mi disse invece: “La vedi quella ragazza che è appena passata nel corridoio?”. “Certo”, risposi io. Effettivamente era appena passata davanti alla porta del suo studio una ragazza tutta indaffarata, con un plico di fogli sotto il braccio. “Quella ragazza ha dedicato la sua vita all’archeologia, si è laureata, ha fatto master, ha fatto il dottorato… Ora è ancora qui, senza un lavoro sicuro”. Continuò: “E’ praticamente impossibile riuscire ad avere un lavoro in archeologia. Devi darci dentro tutto te stesso, stare anche alzato fino a notte fonda per finire la stesura di un progetto, di un articolo….. E comunque, per quanto ti impegni, non sarai mai sicura di avere questo lavoro. Io ti consiglio caldamente di fare altro, se sei qui per trovare un lavoro alla fine dei tuoi studi”.
    Non mi ero certo aspettata un’accoglienza del genere. Forse un po’ pensai che esagerasse. Forse pensai anche che per me sarebbe stato diverso.
    Inoltre la situazione non era quella di adesso. In generale si trovava ancora lavoro, con una certa facilità.

    Cosa direi ai ragazzi di oggi, che volessero studiare archeologia? Che in Italia, ora come ora, trovare lavoro dopo sarà difficilissimo, quasi impossibile. Che magari si preparino per andare all’estero, dove avranno sicuramente più chance, come del resto dici anche tu.

    Ma soprattutto gli direi di considerare attentamente, in primo luogo, la loro condizione economica. Assumano il rischio solo se se lo possono permettere. Se hanno molti problemi economici, considerino anche il fatto di non entrarci nemmeno, all’università, ma di mettersi immediatamente alla ricerca di un lavoro. Se di problemi economici ne hanno solo un po’, si arrischino pure a studiare, ma scelgano una professione con qualche speranza lavorativa in più. Purtroppo al giorno d’oggi non possiamo più prescindere da tutto questo, e la casa, il cibo, la salute etc. devono, a mio parere, venire prima di qualsiasi passione.

    Non affronto il discorso della passione, cioè che ci sia o meno, perché se uno mi dice che vuole studiare archeologia do quasi per scontato che lo faccia per passione. Forse sbaglio, ma non la vedo come una scelta ‘normale’, e quindi do per scontato che dietro sia motivata da qualcosa di ‘forte’. Forse devo anche dire che la mia mentalità è ancora quella da ‘vecchio ordinamento’.

    Se io tornassi indietro consapevolmente al 1999, quando stavo per iscrivermi all’università, sapendo come sarebbero andate le cose credo che mi sarei fermata e avrei cercato un lavoro. Da quando avevo 14 anni mio padre mi aveva detto che, se la mia scelta era stata quella di fare un liceo, avrei per forza dovuto coronarla con l’università e la laurea, perché un diploma da liceo in sé non mi sarebbe servito a niente. Diceva questo perché ragionava ancora con la mentalità degli anni ’60, quando era stato giovane e studente pure lui, ma i tempi erano ormai cambiati e nemmeno io me ne ero accorta, non mi ero accorta che le cose non stavano davvero più così come diceva lui. Avrei dovuto cercare immediatamente un lavoro, e solo dopo iscrivermi all’università. Sono sicura che tra il 1999 e il 2000 sarei riuscita a trovarlo: ero giovane ed ero uscita bene dalla maturità. L’avrei trovato e forse (forse, chissà…) ora lo avrei ancora.

    Ora ho 34 anni e nessuno al momento mi vuole perché non ho una determinata esperienza, non ho un diploma di ragioneria, non sono in età da apprendistato e non rientro in nessuna categoria protetta (quindi non concedo sgravi fiscali), inoltre potrei ancora mettermi a fare figli. Ho una piccola speranza che, una volta compiuti i 24 mesi di disoccupazione, potrò magari trovare qualcosa perché a quel punto la mia situazione dovrebbe concedere qualche beneficio fiscale.

    Il mio consiglio è dunque: se il lavoro vi serve, cercatelo finché siete giovani, perché la legge tutela i più giovani. Studiate solo se ve lo potete permettere.

    Scusate per la visione che può sembrare un po’ pessimista, ma che io vedo realista.
    Scusa Alessandro se ho scritto così tanto e scusa anche se ho usato il tuo blog per sfogarmi un po’, mi sa! 🙂

    • Cara littlefeather (scusa ma non so il tuo vero nome),
      non ti devi scusare né per come vedi la questione (è il TUO modo di vederla, quindi per me è legittimo a prescindere) né per lo sfogo che è stato genuino e appassionato (d’altronde io non faccio lo stesso spesso e volentieri?).
      Hai dato una testimonianza significativo della tua esperienza, ma allo stesso tempo “particolare”. Chi non ha pensato che l’assistente esagerasse? Chi non ha pensato che si stesse comportando da “carogna”? Io sì, lo ammetto.
      E’ stato senza dubbio un avvertimento, ma eccessivo e pieno di boria a causa della sua posizione e della certezza che avrebbe ricoperto ben altra posizione. Quindi riempirti la testa di quel “non ce la farai mai”, non è stato un consiglio o un avvertimento “sano” ma solo uno sbatterti in faccia la sua condizione di privilegiato.
      Non darti troppe colpe da questo punto di vista, altrimenti entri in una spirale dalla quale è difficile uscire.
      Tuttavia fai delle considerazioni giuste circa lo studio e le disponibilità economiche. Sono d’accordo con te e guai a mettere in secondo piano – soprattutto in questo periodo – questioni così centrali.
      Purtroppo vivi una condizione problematica comune a molte persone, che non mette a valore i nostri anni di studio e che non ci dà la dignità che meritiamo.
      Ma non bisogna mai mollare e ricordarsi sempre che ci sono tanti mezzi di trasporto 😉
      Grazie ancora,
      [Alessandro]

  4. Dopo aver visto un congruo numero di parenti e conoscenti vivere e morire negli ospedali, decisi di lasciare da parte l’idea del bisturi e di cercare un modo più adatto per far vivere i propri cari per sempre. L’archeologia mi si paro’ davanti con la bellezza eterea e terribile di una rivelazione che scatenò in me una passione trascinante che ancora oggi non si assopisce. Quando lo dissi alla mia prof di geografia dell’epoca la risposta sprezzante fu “ah, vuoi fare l’archeologa? Bene, tutto quello che ti serve è un marito ricco che ti mantenga!” col sangue gelato me ne stetti a guardarla per un minuto buono, fissa. Poi ho abbassato la testa e sono andata per la mia strada. Ad oggi, come molti laureati del settore, sono diversamente occupata, ma solo fare archeologia mi fa sentire completamente viva e mi fa sentire come perfettamente motivato il percorso di tutti quelli che mi hanno preceduto. Ho rivisto la mia prof, come allora, lei muore ogni giorno.

    • Cara Amanda,
      grazie per aver condiviso la tua esperienza. Una frase mi risuonerà nella testa per tanto tempo: “Ho rivisto la mia prof, come allora, lei muore ogni giorno”.
      Io ancora cerco la mia professoressa di italiano e storia delle medie che mi disse di non provare neanche a fare un liceo, figurarsi l’università! 🙂
      Scherzi a parte, il tuo percorso (formativo e personale) è condiviso e comune da molte persone; hai espresso con passione e forza ciò che ti ha motivata a scegliere e cioè che ti motiva ogni giorno a continuare.
      Grazie ancora,
      [Alessandro]

  5. Archeologia in Italia: Università, Ministero/Amministrazione pubblica, Professionismo. Non si scappa. Se ambite ad una delle prime due categorie, sappiate che ce la farete solo con un calcio in c**o, oppure con una buona dose di preparazione e molta fortuna che potrebbe farvi entrare in un clamoroso 2% di non raccomandati che ce la fa (dati preliminari di un’associazione di categoria che non cito in quanto non ancora pubblicati). Se non avete il calcio in c**o, c’è un 98% di probabilità che sprecherete tra i dieci e gli XX anni dietro un sogno che NON si avvererà.
    Il Professionismo è fatto di tanti aspetti diversi (dai lavori di cantiere alla gestione di comparti museali, alla consulenza per grandi gruppi), ma principalmente è fatto dal lavoro sul terreno. Duro, faticoso, osteggiato, ma a volte/spesso anche gratificante. Il problema è che sei sul mercato, e nessuno nell’università ti prepara a questo. Quindi o hai due palle superquadrate (scusate la metafora vagamente maschilista) oppure finirai nella gran massa di sfruttati sottopagati che prima o poi mollano tutti, perchè se ti fevi fare un c**o così per guadagnare meno di un cameriere, alla fine fai il cameriere e che si fotta chi vuole usare il tuo sapere pagandolo pochi spicci.
    CONCLUSIONI. Hai un calcio in c**o? Studia pure senza problemi, probabilmente arriverai dove vuoi tra Università ed enti pubblici; sai farti rispettare, sai metterti davanti ad un funzionario di Soprintendenza e fargli gli “eye of the tiger” appena prova a prevaricarti, come inevitabilmente prima o poi, e per motivi diversi, fanno quasi tutti? Sai chiedere ed ottenere dal tuo interlocutore il giusto prezzo per il lavoro che porterai a compimento? La via del professionismo può darti delle soddisfazioni.
    Au contraire, se non hai il calcio in c**o, se non avrai la fortuna/preparazione di superare il 98% di colleghi per entrare in un 2% di fortunati, se non hai le caratteristiche caratteriali di cui sopra, mi dispiace, ma l’archeologia per te sarà delusioni e sofferenza. E alla fine probabilmente finirai per fare un altro lavoro, o per lavorare per pochi spicci come se l’archeologo non sia un mestiere ma un hobby.
    Unica variabile: associazioni professionali che forse piano piano stanno un po’ riuscendo a cambiare il panorama (vedi legge 25.6.2014), ma la strada è ancora luuuuuunga lunga lunga.

  6. Una sintesi bellissima che condivido in pieno: dalla consapevolezza delle difficoltà per trovare lavoro alla passione che ti ha fatto scrivere questo bell’articolo che è la semplice e schietta verità sul mondo dell’archeologia. Per chi è scettico e pensa che non ne valga la pena seguire la propria passione e chi invece lo ha fatto e ora teme di aver fatto male dedico questa mia emozione sperando possa essere utile http://martazz.wordpress.com/2011/01/31/sullo-scavo/

  7. hai la moa stima,tutta.

  8. Ciao, sono una ragazza appassionata di archeologia, storia…sin da quando ero piccola. Devo scegliere un’ università, e la mia passione mi dice solo archeologia, ma la maggior parte della mia famiglia la sconsiglia. Vedo me tra anni ad insegnare storia dell’ arte e poi cercare qualche pezzo di storia, nascosto tra la polvere che aspetta me per essere portato alla luce. Ho letto i vostri pensieri, i vostri sogni….e sono simili ai miei. Anche le vostre preoccupazioni. Io ancora devo fare la mia scelta, vorrei farmi guidare dalla passione

  9. sei stato illuminante. Grazie!!!!!!!!!!

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