Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Perché gli open data dovrebbero interessare tutti (ma proprio tutti) gli archeologi

5 commenti

Vi siete mai fermati a pensarci?
Vi siete mai resi conto che ci vantiamo di avere mezzi all’avanguardia e tecnologia a disposizione addirittura nelle nostre tasche, ma per la trasmissione della conoscenza e dei nostri studi non siamo molto lontani dagli stessi metodi di Pitt Rivers?
Pubblichiamo in ritardo dei dati e delle informazioni che servono subito e che invecchiano molto presto.

Tutto questo non ha molto senso, soprattutto se riflettiamo su un’altra cosa: quelle che pubblichiamo non sono informazioni. Sono interpretazioni delle informazioni.
Non sto dicendo che gli archeologi debbano smettere di interpretare (per carità divina! Non penserei mai una cosa del genere: praticamente da quando mettiamo piede all’università non ci insegnano a fare altro), sto dicendo che gli archeologi devono cominciare a fornire alla comunità scientifica e a tutti coloro che vorranno utilizzarli i dati oggettivi su cui si basano le loro interpretazioni.

Penso che non sia solo questione di metodologia, penso che sia questione di mentalità.
Mentalità open data.

photo credit: The U.S. Army via photopin cc

photo credit: The U.S. Army via photopin cc

Perché gli archeologi sono disabituati agli open data? (cit.)
Perché perderebbero lo status di detentori della conoscenza assoluta sul contesto studiato, perché le loro interpretazioni potrebbero essere smontate, perché sarebbero passibili di critiche, perché tutti potrebbero elaborare una contro-interpretazione migliore della loro.
Ci sono abbastanza ragioni perché questo cambio di mentalità non avvenga in breve tempo.

Però a me piace ricordare di aver avuto la fortuna di essere formato da un archeologo che l’archeologia se l’è inventata e l’ha voluta in Italia, da un archeologo che – in continua polemica con gli storici, essendo anche lui uno storico di formazione – paragonava la nostra professione, la nostra attività di scavo, ad un volo in paracadute sul passato e sulla storia. Perché potevamo essere trasversali, multidisciplinari, metodologicamente ‘aperti’.
Mentre tacciava gli storici di essere “cercatori di funghi”, perché invece stavano sempre a testa bassa nel sottobosco delle fonti storiche e documentali alla ricerca della “loro” verità.

Ecco, mi sembra proprio che a distanza di decenni da quella felice metafora, siamo atterrati dopo quel volo, ci siamo cercati un pezzetto di terra prima che arrivasse qualcun altro, l’abbiamo recintato e ora ci guardiamo bene dal far avvicinare qualsiasi altro essere umano.
Non mi piace questa archeologia.

Gli open data possono permetterci di tornare ad essere paracadutisti sulla storia e sul nostro passato. Ci possono permettere di aprire una nuova stagione della disciplina, non fatta di lotte tra dipartimenti, università o singoli professionisti. Ci possono permettere di smettere di fare quello per cui non siamo nati, i cercatori di funghi, e ci possono far alzare di nuovo la testa per scoprire che per anni abbiamo trascurato migliaia di possibilità (di studio e di sviluppo) intorno a noi.

Ecco perché gli open data dovrebbero interessare tutti (ma proprio tutti) gli archeologi.

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5 thoughts on “Perché gli open data dovrebbero interessare tutti (ma proprio tutti) gli archeologi

  1. Hai centrato perfettamento il problema e le ragioni degli open data in archeologia, speriamo che finalmente questo tema diventi centrale nell’agenda (termine orribile, ma efficace) degli archeologi. Io credo fermamente che gli open data rappresentino per l’archeologia una rivoluzione come quella legata all’introduzione del metodo stratigrafico, un salto di qualità nella ricerca e nella professione. In più rappresentano in maniera chiara il tema dell’accountability, cioè dell’assunzione definitiva delle responsabilità di quello che si dice e si scrive, una responsabilità fatta di consapevolezza derivante dalla condivisione e dalla collaborazione. In pratica una rivoluzione culturale, che come scrivi tu deve essere fatta con una mentalià open.

    • Grazie Gabriele e sono contento di aver colto il punto.
      La penso esattamente come te: un utilizzo diffuso e regolare degli open data non sarebbe una rivoluzione (metodologica e culturale) diversa dall’introduzione dello scavo stratigrafico. Senza poi contare – come scrivi – l’assunzione di responsabilità dell’operato, dei risultati e delle interpretazioni.
      Spero che questa mentalità (che mi rifiuto di chiamare nuova, dato che esiste da anni) possa diffondersi presto e in gran parte del territorio nazionale, a prescindere dalle università, dalle soprintendenze, dalle ditte private o dai liberi professionisti.

  2. Rimasi di stucco quando, una decina di anni fa, mi recai a scavare con un’università che non era la mia.
    L’informatizzazione dei dati, e soprattutto la loro immediata condivisione nel mondo tramite il web, erano qualcosa che all’epoca mi era praticamente sconosciuto, ovviamente non tanto nella teoria quanto nella pratica. Abituata ad un mondo di gelosie e autoreferenzialismo, dove i dati venivano quasi ‘tenuti in cassaforte’ in vista di un’agognata e lontanissima pubblicazione, veramente non credevo ai miei occhi e mi domandavo: “Com’è possibile che non vogliano tenere tutto questo per sé?”.
    Il sito archeologico dove svolgevamo le indagini aveva la sua ‘copia virtuale’ nel web, dove *quotidianamente* venivano inseriti i dati relativi ad ogni settore indagato. Un aggiornamento in tempo reale. Si abbozzavano anche le prime interpretazioni, ma chiunque avrebbe potuto avvalersi di quegli stessi dati per proporre le proprie.
    Ho immediatamente pensato, e compreso, che si trattava del modo corretto. Non quello che avevo conosciuto fino a quel momento e che, ahimè, avrei continuato per lo più a conoscere.
    Perché avere paura degli altri? Perché avere paura della condivisione?
    Un atteggiamento che è davvero agli antipodi di quello che dovrebbe essere lo scopo ultimo della Scienza.

    • Beh, una decina di anni fa deve essere sembrata pura fantascienza.
      Eppure c’era qualcuno che ci credeva e aveva intuito la direzione da prendere già allora. Ma nonostante tutto, davvero poco è cambiato pur essendo passati un buon numero di anni.
      Hai ragione, è un atteggiamento opposto a quello che si dovrebbe tenere.
      Uno dei passi più grande e importanti che le istituzioni culturali (musei, università, dipartimenti, ecc.) e i professionisti possono compiere è quello di privarsi dello scettro della conoscenza e ritenersi depositari esclusivi della stessa.
      E’ un passo principalmente concettuale, oltre che metodologico e ancora meno materiale. Ma – come sappiamo – le cose più difficili da modificare sono gli ‘steccati’ mentali.

  3. Fin quando gli ispettori della soprintendenza e i professori universitari, con i loro portaborse, continueranno a considerare i siti archeologici nei quali fanno ricerca come loro personale proprietà e fin quando il mondo accademico e politico li lascerà fare, le cose difficilmente cambieranno. Tutti sono d’accordo che questo è il momento di cambiare, ma, quando si tratta di metterci la faccia, tutti si tirano indietro per paura di perdere quel poco lavoro che c’è.

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