Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Cambiamo l’archeologia, vi prego

8 commenti

Come ho sempre sostenuto e come ho scritto spesso, se l’archeologia si trova nelle condizioni attuali la crisi economica non c’entra nulla. È stato solo un plus, un ulteriore elemento che ha reso ancora peggiore una crisi sistemica in atto da anni. Anni ben lontani dal 2008-2009.

Se l’archeologia si trova nelle condizioni attuali è anche perché coloro che avevano e che hanno poteri decisionali, hanno scelto di continuare a fare ciò che hanno fatto i loro predecessori, senza discostarsi dal sentiero prestabilito, comodo e confortevole.

Se l’archeologia si trova nelle condizioni attuali è perché si è permesso che diventasse pian piano sempre meno rilevante per le persone, perché ci si è dimenticati che esiste un mondo fuori dalle aule universitarie, dagli uffici dei professori, dai senati accademici; perché ci si è girati dall’altra parte mentre questo mondo stava cambiando, perché è stato deciso che – piuttosto che anticipare i cambiamenti – tanto valeva parlarci un po’ su, farci due o tre seminari e poi continuare a reiterare sempre lo stesso modello, senza cambiare.

Se l’archeologia si trova nelle condizioni attuali è perché sono stati formati (e purtroppo vengono formati ancora) professionisti “in vitro”, avulsi dalla realtà del mondo del lavoro, della legislazione, delle normative, delle ‘vere’ realtà; secondo quel sistema – o meglio, questo sistema – tutte le decine di migliaia di persone formate in archeologia non avrebbero dovuto far altro che proseguire determinati e imperterriti la formazione universitaria. L’unico obiettivo era formare ricercatori, nient’altro.

Mi pare evidente l’insostenibilità del sistema.

Fonte @corrieredellemigrazioni.it

Fonte @corrieredellemigrazioni.it

Malgrado la palese evidenza della necessità di cambiamento strutturale, si è preferito tirare avanti. E mentre in Inghilterra – così come in molti altri Paesi d’Europa – si introducevano corsi universitari obbligatori di public archaeology, community engagement e museum communication, in Italia si tengono gli stessi corsi che potrei recitare a memoria dal mio piano di studi, consigliando quasi gli stessi volumi e continuiamo a considerare il momento più alto della ricerca archeologica l’egocentrica presentazione di quaderni e raccolte di dati alla presenza di eminenti esponenti della categoria.

Abbiamo davvero il coraggio di lamentarci?

Abbiamo davvero il coraggio di indignarci quando non frega niente a nessuno che un sito archeologico importantissimo venga sommerso dall’acqua e nessuno faccia nulla per limitare i danni, oppure che vogliano riempire di pale eoliche parchi archeologici in mezza Penisola?
Abbiamo davvero il coraggio di protestare quando non veniamo rispettati se proprio noi siamo stati i primi a non dare rispetto a ciò che studiamo?

Tra l’altro ci troviamo in una situazione, se possibile, ancora peggiore: subiamo le conseguenze di decisioni scellerate non nostre e inoltre non possiamo far nulla per cambiare le regole perché siamo fuori dal sistema. È come se ci avessero promesso un’automobile, ma ce l’hanno data chiusa, con le chiavi all’interno e in movimento verso un dirupo.

Quindi, vi prego, cambiamo l’archeologia.
Cambiamo moduli universitari.
Cambiamo gli schemi didattici.
Cominciamo a studiare archeologia pubblica, comunicazione archeologica, media e new media (non solo droni, GIS e database), legislazione e normative dei beni culturali (sul serio però, non con un modulo da 4 crediti!), diritti e doveri dell’archeologo dipendente e indipendente.

Potrei elencarne molti altri che non esistono e che mi sarebbero serviti per esistere professionalmente in maniera dignitosa – o quantomeno accorta – in questo mondo del lavoro.

Continuare così non ha senso. È come se il mondo volesse comunicare con noi tramite WhatsApp e noi abbiamo a disposizione un telefono della Sip, tipo quello usato da Massimo Lopez in quella famosa pubblicità. Uguale.

Fonte @kids.screenweek.it

Fonte @kids.screenweek.it

Noto ogni giorno di più, una preoccupante regressione verso la delegittimazione, lo sminuimento e la riduzione della disciplina a orpello culturale del tutto accessorio.
Non ho difficoltà a prevedere un ritorno al sentire e al sentimento popolare del Settecento, in cui l’archeologia era un vezzo per eruditi che – troppo snob o ricchi per pensare al contingente presente – se ne andavano in giro per l’italico suolo alla ricerca delle vestigia de li antichi padri.

Ecco, manca veramente poco.
E manca davvero poco che il livello comunicativo delle pubblicazioni archeologiche attuali sia identico alla frase precedente.
Non lamentiamoci se continuano a immaginarci vestiti di lino, in località esotiche, con un pennellino in mano e dissotterrare tesori.

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8 thoughts on “Cambiamo l’archeologia, vi prego

  1. Ecco, io pur sottoscrivendo ogni iota di questo impressum rimango convinto che l’Archeologia e i Beni Culturali in genere siano da tempo stati trasformati in un Grand Tour alla maniera ottocentesca. E peggio, un tour non fatto da eruditi, non più con i ritratti di Goethe, ma con la massa del popolo, che entra nei musei per caso o financo a caso, tanto che nelle statistiche non è un visitatore ma un numero… Ed è tutto dire…

    • Caro Simone,
      prendo atto del punto di vista, con l’amarezza di chi troppe volte ha visto visitatori entrare a caso e per caso nei musei.
      Ma purtroppo la sensazione e l’impressione che colgo per il prossimo futuro della disciplina a cui abbiamo deciso di dedicare i nostri studi, è quella dell’ultimo paragrafo del post.

      [Alessandro]

  2. Ma noi siamo già delegittimati, ci siamo autodelegittimati, in un Paese che da Patria dell’antico qual’era negli anni ’70 autoretrocede nelle classifiche per insipienza e incapacità, e guarda al bene culturale solo come elemento economico con il quale superare la crisi… Dov’è la professionalità se un museo o un sito è un mero parametro economico dal quale tirar fuori soldi? La cosa importante non è il sito, ma l’albergo, il ristorante, il negozio di souvenir, ovvero l’indotto che c’è intorno… Per questo i turisti si portano a Roma e non, per dire, a Pofi dove ci sono i resti degli uomini più antichi d’Italia che forse un qualche valore culturale ce l’hanno… Perché a Pofi non c’è economia, c’è solo cultura, e come dici, la cultura è un orpello che non possiamo permetterci. Ma se ci mettiamo più di 20 anni per firmare la convenzione che oramai non sappiamo più neanche come si chiama, cosa ci lamentiamo a fare?

  3. Il corso di legislazione dei beni culturali esiste a Trento sia in triennale che in magistrale. Si affrontano tematiche di diritto amministrativo legate ai beni culturali, sia storico artistici, che architettonici ed archeologici.

    • Ciao Lukas,
      anche a Siena c’era il modulo di “legislazione dei beni culturali” (forse c’è ancora) che ho seguito e studiato anche io.
      Ma ti posso assicurare che non era davvero all’altezza della complessità e dell’importanza che la materia riveste nel mondo reale (tra i dipendenti e gli indipendenti).
      Parlavo principalmente di quell’esperienza, ma sono sicuro che in altri atenei – o nello stesso ateneo senese – ora si tengano validi corsi in legislazione dei beni culturali. Purtroppo però, per diretta esperienza personale, non mi sembra di aver mai incontrato persone particolarmente ferrate in materia.
      A presto,
      Alessandro

  4. Oro colato. Gli italiani hanno ottime cattedre di contenuti, ma avulse dal mondo esterno. Se si creassero i giusti collegamenti, avremmo tra i migliori professionisti del settore al mondo.

  5. Condivido quanto scrivi, ma parto dal titolo: cambiamo l’archeologia, perché secondo me tocca proprio a noi cambiarla, perché come dicevi tu, la crisi dell’archeologia ha radici più lontane di quella economica e noi, per lo meno per semplici questioni d’età siamo più vittime, che colpevoli. Diventiamo colpevoli se ci fermiamo a denunciare una situazione senza fare nulla per cambiarla. Sebbene molte scelte non dipendano da noi (nessuno di questa generazione è ancora nei posti di potere per orientare dall’alto le scelte), noi possiamo fare pressione dal basso perché le cose cambino. E’ quello che fanno quotidianamente le associazioni dei professionisti, è quello che fanno molti di noi nei propri posti di lavoro (è quella che nel suo piccolo ha fatto Marina Lo Blundo in Soprintendenza, è quello che fai tu cercando di dare professionalità all’archeoblogger). Io sono più fiducioso di te, perché vedo che, pur con un ritardo enorme rispetto ad altri paesi (il confornto con l’Inghilterra è impietoso), le cose iniziano a cambiare: a Opening tha Past (che cito perché conosco bene, ma sono sicuro che ci sono molte altre realtà simili, anche se magari poco visibili) la maggior parte dei relatori era al di fuori dei circuiti accademici e la tavola rotonda era moderata da una professionista, mentre il tutto era organizzato all’interno dell’Università. Cambiare si può, non è facile, tutt’altro, le resitenze sono molte (nessuno vuole perdere il suo piccolo potere), ma l’inerzia a me sembra dalla nostra parte. Sta a noi definire chi è un’archeologo, quale ruolo deve avere all’interno della società e riprenderselo (da questo deriva la formazione che vogliamo, il lavoro che vogliamo, ecc.): il modello vigente è ormai superato, non funziona più, spazzato vai dalla realtà e da scelte miopi. Ci dobbiamo provare, altrimenti saremo anche noi dalla parte dei colpevoli.

    • Ciao Gabriele,
      sono assolutamente d’accordo con te ed era proprio il messaggio ‘costruttivo’ che volevo far passare.
      Cambiamola perché se finora non abbiamo avuto colpe dirette, cominceremo ad averle nel momento in cui decidiamo di non fare nulla, di lasciare tutto così, di cedere alle lamentele senza l’attivismo.
      Come ha detto qualcuno da qualche parte del mondo, bisogna frequentare il cambiamento per diventarne parte. Questa può essere una chiave: aumentare le occasioni di incontro, discussione, protesta, sperimentazione, proposta. Sicuramente è quello che ha fatto e che continua a fare ognuno di noi nel proprio ambito e nel proprio piccolo. Sicuramente è quello che dobbiamo continuare a fare, ridefinendo chi vogliamo essere, cosa vogliamo fare e quale ruolo sociale avere.
      Certo, ci dobbiamo provare. Insieme.
      A presto,
      Alessandro

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