Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Nessuno tocchi Valerio, ovvero non sono figlio di Indiana Jones

8 commenti

Questo post lo avevo pensato in treno, di ritorno da Milano, come anticipazione alla partecipazione ad Opening the Past a Pisa.
Purtroppo però le cose sono andate diversamente.

Mi è dispiaciuto molto non esserci, soprattutto per l’argomento che si è trattato e – ancora di più – per le persone che avrei potuto incontrare e con cui avrei potuto scambiare idee e critiche.
Mi è dispiaciuto non conoscere personalmente Gabriele, non salutare Francesco, Marina, Giuliano e Astrid, non chiacchierare con Cinzia e non ascoltare nuovi punti di vista, magari anche lontani dai miei.

Ma non volevo farmi condizionare dalla mancata occasione, allora ho deciso di scriverlo lo stesso.
Anche perché è una confessione e le confessioni, si sa, non è che possono aspettare più di tanto prima di uscire.

Non sono figlio di Indiana Jones. Non ho scelto di studiare archeologia e di diventare archeologo a causa di una visione prolungata e ossessiva dei film del trio Spielberg – Lucas – Ford.
Anzi, devo fare una confessione aggiuntiva: a malapena li ho visti, a malapena me li ricordo e sinceramente non me ne frega una cippa.

photo credit: Johnson Cameraface via photopin cc

photo credit: Johnson Cameraface via photopin cc

La scelta, la fatidica decisione, è stata presa durante una calda estate uguale alle altre, tra la fine del terzo e l’inizio del quarto anno di liceo scientifico. Divoravo libri e a luglio avevo già finito la riserva messa da parte durante l’anno.
Un’amica mi consiglia un libro, anzi me lo presta. Prima edizione, copertina rigida, appena uscito. Mai letto nulla dell’autore.

2 giorni, 472 pagine. Finito. Rimango folgorato: possibile costruire una narrazione così su una base storica stra-nota? Possibile riuscire a conoscere tutte queste cose tramite un percorso di studi? Devo scoprire cosa ha studiato e quale percorso professionale ha seguito l’autore perché se lui è riuscito in questo, voglio farlo anche io.

Il libro era L’ultima legione, l’autore Valerio Massimo Manfredi.

Se mai il prof. Zanini leggerà queste righe, so di avergli inferto un doloroso colpo.
La sua avversione per Manfredi è nota ai più e io mi sono vilmente premurato di non palesare questa mia preferenza fintantoché sono stato un suo studente – accolito.

Scherzi a parte, ho avuto tempo per riflettere sul perché gran parte dell’establishment archeologico ce l’avesse con Manfredi, non lo considerasse un facente parte della categoria. Perché scrive libri di narrativa storica? Perché è autore e conduttore di programmi televisivi di divulgazione storica e scientifica?

E allora?! Ha fatto e fa tutto quello che avreste dovuto fare anche voi!
Ha “aperto” la disciplina ai pubblici più vari, ha cercato di plasmarla per i mezzi moderni e con i linguaggi moderni, ha smesso di scavare cose e ha cominciato a raccontare storie.

Ho sempre ritenuto e continuo a ritenere che se l’archeologia è nelle condizioni in cui si trova ora, è soprattutto perché non è rilevante per le persone, perché non sanno cosa fa un archeologo, perché non percepiscono come un valore il suo lavoro. E se non lo percepiscono le persone, non lo percepiscono neanche le istituzioni.

Quindi se avessimo speso meno tempo a proporre modelli storici e a pontificare sulle nuove tecnologie, ma ci fossimo concentrati sulla funzione pubblica e sociale della disciplina e avessimo utilizzato proprio quelle tecnologie per il nostro scopo, forse ci troveremmo in una situazione diversa.

È un punto di vista: è opinabile, è criticabile, è parziale, è di parte. Può darsi.
Ma è proprio una parte di verità, è una parte di quelle colpe inconfutabili e innegabili che chi detiene e deteneva il potere decisionale aveva e ha.

Ora forse si capiscono molte più cose di me, delle mie scelte e dei miei indirizzi.
Ora si capisce perché ripeto ossessivamente la frase di Wheeler.
Ora si capisce perché rileggo “Storie dalla terra” di Carandini.
Ora si capisce perché ho letto tutti i libri di Manfredi.

Ora forse si capisce perché ho deciso di diventare archeologo: per raccontare storie.

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8 thoughts on “Nessuno tocchi Valerio, ovvero non sono figlio di Indiana Jones

  1. Ben scritto, come sempre.

    E come al solito…si potrebbe riscrivere lo stesso post sostituendo “archivista” ad “archeologo”. 😦

  2. Penso che nonostante l’avversione Manfrediana Zanini sarebbe pienamente d’accordo almeno sulla conclusione 😛

    Per quanto mi riguarda io sono figlio di Indiana Jones (di quelli senza cappello e frusta almeno) ma anche del meno noto Osvaldo che alle elementari conduceva la nostra classe tra necropoli etrusche, ville romane e quant’altro e per l’appunto ci raccontava le loro storie.

    Detto così sarà un concetto semplicistico ma l’archeologia è una disciplina INUTILE se non si racconta a chi di archeologia non è esperto, se ce la raccontiamo solo tra di noi non vedo perché altri dovrebbero pagare per le nostre missioni e ricerche. Sarebbe un rapporto a senso unico dove la comunità non beneficerebbe di nessun ritorno. Conoscere, tutelare, comunicare quest’ultimo pilastro di base della nostra disciplina ce lo dimentichiamo troppo spesso.

    Quindi non posso che condividere e sottoscrivere!

    • Ciao Alessandro e grazie per il commento.

      Ero ben conscio di camminare in un “campo minato” visti i tanti figli di Indy che ci sono tra di noi 🙂
      Ma l’espediente cinematografico mi aiutava ad introdurre la riflessione. Hai ragione, ce ne siamo dimenticati…anzi, se ne sono dimenticati! Noi cerchiamo di non farlo accadere più.

      Grazie per il sostegno e la condivisione. A presto

  3. Oggi confessioni?
    O è una seduta di autocoscienza?

    Bene io sono archeologa perché “intossicata” dalle visite ai musei durante le vacanze con i miei nonché per la fascinazione derivante dalle radici etrusche del paese in cui sono nata e cresciuta.

    Considerate tali premesse io mi sarei voluta occupare di restauro e musealizzazione. Invece sono finita, più o meno, a fare l’archeologa “da campo” o meglio “d’emergenza” o forse “da strada”.

    Il mio stressarvi con Tweets e post più o meno gradevoli è in fondo un tentativo di tornare, in parte, alla mia passione di base: conservare e valorizzare.

    Che poi vuol dire mantenere, mostrare e raccontare.

    Nemmeno io sono figlia di Indiana Jones, al massimo, come qualche amico maligno potrebbe dire, sono la gemella racchia di Lara Croft! 🙂

    Comunque complimenti per il post: molto gradevole e stuzzicante!

    • Diciamo confessioni riflessive.

      Beh, anche l’esposizione prolungata e costante ai musei può portare a questi esiti 😉
      Grazie per i complimenti, continua a stressarci con tweet e post e togliamo l’archeologia “dalla strada” (quanti sensi si possono dare a questa espressione!) e portiamola dove sono le persone.

      A presto

  4. Spero che un giorno la coscienza torni e tu ritratti queste righe…

    • Spero che non sia una minaccia ma un caldo consiglio 😀
      Anche tu figlia di Indy? Spero che capirai che la citazione cinematografica mi serviva da spunto.

      A presto

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