Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

La semantica ci ucciderà

11 commenti

Archeoblogger, museumblogger o cultural heritage blogger?

È davvero così tanto importante quale nome uno sceglie di usare piuttosto che quello che si propone di fare o pensa di poter fare? Non sono molto più importanti le risposte che dà sul chi è, cosa fa e se riesce a dare a tutto questo una dimensione pratica, reale e razionale?

Queste mie riflessioni nascono a seguito della seconda chiacchierata radiofonica che ho avuto il piacere di fare su Radio Popolare Roma con Francesco durante la sua trasmissione. La puntata era dedicata al precariato (professionale, culturale, sociale) e Francesco ha voluto che ci fossi anche io per portare la mia testimonianza di archeoblogger (qualsiasi cosa voglia dire) in cerca di identità.

Ho sempre avuto un’idea abbastanza chiara su questa nuova figura che si vuole creare nel campo dei beni culturali e in diverse occasioni ho espresso il mio punto di vista. Allo stesso modo ho sempre cercato di non evitare un problema principale e fondamentale: la retribuzione.

Perché produrre voli ermeneutici e metodologici sul chi, cosa, come e perché se poi non si riporta tutto alla realtà e – soprattutto – a questa realtà, alla vita che viviamo tutti i giorni?

Che senso ha inventarsi una nuova figura professionale se non c’è nessuno disponibile a pagare il suo lavoro?

Questo era il punto fondamentale che volevo raggiungere durante la mia chiacchierata. Perciò ho tirato in ballo i musei, le solite obiezioni che ci si sente ripetere, l’esperienza “pioneristica” di Marina e della soprintendenza archeologica della Toscana e via discorrendo.

photo credit: husar via photopin cc

photo credit: husar via photopin cc

Alla fine della diretta non ero molto soddisfatto, avrei voluto dire di più, avrei potuto fare meglio…insomma, tutte le cose che un insicuro può ripetersi fino alla noia.

L’unica cosa però di cui sono sicuro è di non aver fatto nessuna confusione. Non penso di aver fatto nessuna confusione utilizzando la parola archeoblogger e parlando di coloro che gestiscono gli account social di un’istituzione museale oppure il loro blog, non penso di aver fatto confusione dicendo che un archeoblogger potrebbe essere retribuito da un museo per svolgere queste mansioni.

Non penso di aver fatto confusione semplicemente perché una distinzione tra le due cose non esiste.

Un copywriter di contenuti culturali – per ritornare alla mia perifrasi – può essere la voce istituzionale di un museo (o chi per lui) e può esprimere giudizi, pareri e commenti personali sul proprio blog. Mi dispiace citarla di nuovo, ma l’esempio è sempre Marina.

Cos’è Marina? È la voce istituzionale o la blogger di contenuti culturali?

È tutt’e due insieme. E mi sembra che la cosa le riesca piuttosto bene e che – anzi – l’istituzione se ne giovi.

Se per archeoblogger intendiamo un produttore di informazioni culturali alla stregua di un giornalista che esprime opinioni e scrive per la rubrica “Cultura” di qualsiasi giornale, allora io non sono un archeoblogger.

Se per archeoblogger intendiamo un archeologo esperto in comunicazione che vuole raccontare la disciplina in maniera innovativa, non solo nei mezzi ma anche nei modi, allora io sono un archeoblogger.

Perché faccio fatica a pensare che il mondo della disciplina trarrebbe considerevoli vantaggi da un sito di notizie/informazioni storico-archeologiche (seppur meditate e ponderate dalle più eccelse menti sulla faccia della terra).

Non penso che la disciplina abbia bisogno di opinioni ma di narrazioni. Cosa ancora più importante, non penso che i nostri pubblici abbiano bisogno di opinioni, ma di storie.

photo credit: Jill Clardy via photopin cc

photo credit: Jill Clardy via photopin cc

A meno che non si voglia fare i giornalisti di contenuti culturali, non si viene retribuiti per dare delle opinioni su fatti, accadimenti e provvedimenti in ambito culturale. Si parla per i pochi interessati, ci si fronteggia nella tenzone retorica e l’ardore si accenderà e spegnerà all’interno delle stesse (e spesse) pareti disciplinari in cui è nata.

L’archeoblogger che ho mente io, parla ai molti con il linguaggio e gli strumenti dei molti; li vuole raggiungere, li vuole coinvolgere e li vuole appassionare. Vuole far capir loro che quello di cui scrive e per cui studia interessa tutti e riguarda tutti. Apre la disciplina ai molti ed entra in conversazione con loro.

Se si riuscisse a mettere in atto questo processo, non si produrrebbe solo conoscenza ma anche e soprattutto valore. E così – senza neanche nominarlo perché sembra essere una parolaccia impronunciabile – abbiamo fatto marketing.

Questo è l’archeoblogger che immagino e che spero – un giorno – di poter diventare.

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11 thoughts on “La semantica ci ucciderà

  1. Oddio Alessandro confesso che non capisco dove vuoi andare a parare, però credo che parlando riusciremmo a capirci al volo. ergo dobbiamo parlare. Una cosa però non capisco proprio: che differenza c’è tra chi fa informazione e chi racconta? Per fare buona informazione bisogna saper raccontare, altrimenti non si va da nessuna parte. Non avrei voluto farlo ma mi tocca parlare di me: ho cominciato a fare la giornalista un bel po’ di lustri fa proprio perché volevo coinvolgere la gente e far capire a tutti quanto fosse bello, interessante e soprattutto utile per loro il mondo che io studiavo. Ho sempre definito la mia una missione, più che un mestiere. L’ho fatto scrivendo sui giornali perché era quello il mezzo del momento e in parte lo è tuttora, ma c’è anche molto altro e bisogna sempre usare quel che tira altrimenti si è out. Non ho avuto troppa difficoltà a trovare committenti, tutti mi hanno cercato e sai perché? Perché servivo a entrambi, giornali e archeologi. Perché sapevo raccontare storie. Sapevo trasformare in storia interessante e accattivante gli anni di lavoro su un sito, o di ricerche in biblioteca o di indagini chissà dove. Sapevo raccontare e incuriosire il lettore. Con la scrittura, certo, e so bene che non è il solo mezzo, però è il mio perchè a me piace scrivere. Credo di aver fatto un lavoro dignitoso, in questi anni, e di essere riuscita un po’ a spiegare alla gente quanto il passato sia parte essenziale della loro vita, e quanto sia importante ed entusiasmante il lavoro di chi indaga il passato. Certo di strada da fare ce n’è ancora molta e ce ne sarà sempre, però credo di aver contribuito un po’, e conto di continuare a farlo ancora per un bel po’, almeno spero. Come chiamiamo tutto ciò? Io lo chiamo informazione e mi pare corretto. Informazione fatta attraverso la scrittura che compone un racconto. Se usassi i video, sarebbe una storia per immagini. Uso le parole, ed è dunque una storia per parole. Negli ultimi anni è venuto di moda parlare di storytelling e ora tutti, in tutti i campi, devono fare storytelling. In breve, ciò è dovuto a due motivi fondamentali: oggi si scrive sempre di più e la gente deve imparare a scrivere perché fino a qualche anno fa quasi nessuno lo faceva; oggi si punta sull’individuo ancor più di quanto si facesse anni fa. Si dice che il mondo non è un mondo generale ma un mondo di individui, ognuno con la proprio storia. Si punta sulle storie dei singoli, e anche sul protagonismo dei singoli: entrambe le cose hanno lati positivi e negativi, ma non è questa la sede per discuterne. Comunque è un trend: ricordi la copertina di Time dell’inizio dell’anno 2000? Il protagonista dell’anno, per la prima volta, non era una faccia e cioè un singolo individuo influente, bensì un dito puntato: il protagonista sei tu, diceva, cioè chiunque di noi abitanti del pianeta. E comunque era già qualche anno, direi lustro o decennio, che noi “comunicatori dell’antico” cercavamo di far capire che alla gente interessa la gente. Che dunque le pietre antiche piacciono perché rimandano a chi le ha costruite, che bisogna sempre tirare fuori l’uomo dalle pietre e far dialogare l’uomo antico col moderno. Che bisogna, in sintesi, raccontare storie. Ecco, il mio mestiere, da decenni e non da ieri, è fare comunicazione, cioè parlare alla gente comune e non a pochi addetti ai lavori, raccontando storie. Io faccio storytelling da sempre, e tra questo e informare e comunicare non vedo differenza alcuna.
    Comunque ieri hai parlato molto bene, non ti preoccupare. Non è facile essere concisi e incisivi, con pochi minuti a disposizione. Tu ci sei riuscito. Complimenti!

    • Ciao Cinzia
      e grazie per il commento.
      I punti su cui volevo andare a parare sono diversi. Provo a metterli sinteticamente insieme.
      – non vedo differenza tra chi fa comunicazione istituzionale per un ente culturale e chi fa blogging di contenuti culturali. Per me un blogger è solo uno/a che usa un mezzo. Non per forza un opinionista. Sei uno/a che parla a (potenzialmente) tanti.
      Quindi se io mi definisco archeoblogger e credo che io possa contribuire a gestire canali social o blog di un museo non penso di far confusione o sbagliare.
      – siccome non penso che ci sia bisogno di opinionisti di contenuti culturali, non penso che sia tempo ben speso quello che si potrebbe spendere per organizzare un sito di questo tipo. Non ho mai inteso, né mai intenderò, dire che quello che hai fatto finora non è meritevole; anzi, te ne riconosciamo tutti il merito. Ma prendo proprio spunto da quello che hai detto tu: fino a poco tempo fa si è fatto sulla carta stampata e si veniva pagati per questo (e c’era anche una certa richiesta, come ci testimoni). Voler utilizzare la stessa metodologia, lo stesso registro, la stessa soluzione per un mezzo diverso, non è come prendere un bastoncino di legno e voler scrivere su un tablet come se fosse una tavoletta cerata?
      Se cambia il medium deve necessariamente cambiare anche l’approccio.
      Sì, lo storytelling è oltremodo invocato e abusato ultimamente. Ma per me c’è una sostanziale differenza tra informazione (news telling) e racconto (story telling). Quello di cui l’archeologia (e il mondo di professionisti e problemi che gli ruota intorno) ha bisogno in questo periodo è di raccontarsi piuttosto che di raccontare ciò che gli succede. Con questo non voglio dire che non sia importante riportare notizie, provvedimenti che ci danneggiano, crimini contro il patrimonio, scempi, ecc. ma che se vogliamo veramente cambiare, se non vogliamo continuare ad adottare soluzioni “vecchie” per risolvere problemi “nuovi”, dobbiamo cambiare mezzi, paradigmi e metodologie, altrimenti gireremo sempre in tondo senza risolvere nulla.
      – Ricordo molto bene quella copertina. Segnò una svolta epocale. Poi per me che sono un cultore appassionato del motto di sir Mortimer Wheeler, vado e andrò sempre alla “ricerca degli uomini dietro alle cose”.
      E proprio il tuo riferimento a quella copertina, mi dà la possibilità di introdurre l’ultimo punto.
      L’importante sono loro, non siamo noi.
      Non ci dobbiamo sentire additati da quella mano sulla copertina del Times, ma la dobbiamo girare e puntare verso i nostri ascoltatori. Perché questo è un altro rischio dell’informazione specialistica: si trattano le cose che ci interessano e non ciò che interessa il nostro pubblico.
      E come si fa? Attraverso il dialogo aperto che l’informazione tradizionale (one-to-many) non consente e sfiducia sin dal principio anche il lettore più volenteroso.
      A questo si ricollega la mia immagine con la citazione de “La valle dell’Eden”: se una storia non riguarda gli ascoltatori, non ti ascolteranno.
      Le storie – certamente – si costruiscono partendo dai fatti. Ma i protagonisti non dobbiamo essere noi, evangelizzatori della disciplina, ma devono essere loro che entrano nel nostro mondo attraverso le nostre storie.
      Questi erano i punti verso cui volevo andare a parare e sono sicuro che quando avremo modo di parlare si svilupperà un interessante confronto.
      Grazie per il supporto morale all’intervista 🙂
      A presto,
      [Alessandro]

  2. beh, non vedo contraddizione tra quanto scrivi tu e quanto scrivo io.
    1) sul mezzo usato per comunicare, è ovvio che si usa quel che c’è, come ho già detto. un tempo c’erano i giornali, ora c’è altro e si usa l’altro con modalità diverse, ovvio. nessuno ha mai detto di voler mettere un giornale cartaceo (cioè un medium che ha oramai fatto il suo tempo) nel web papale papale. non servirebbe a nulla e non sarebbe remunerativo. bisogna invece usare il web per i vantaggi che può dare, trovando anche il modo di campare. è una sfida non da poco, ma bisogna tentarla.
    2) quanto agli opinionisti di contenuti culturali, non so bene a chi ti riferisci, ma se pensi a tutti quelli che urlano sulla malagestione degli stessi, senza fare però nulla di concreto per cambiare, cioè urlano e basta, concordo pienamente che ne abbiamo piene le scatole
    3) importanti sono loro e non noi: ovvio! e qui torna in ballo quel termine “giornalista” che a te non piace. Cosa fa il giornalista vero? cerca di capire il mondo che lo circonda. Senza capire il mondo d’oggi, capire cioè la gente con cui ti confronti, non potrai mai raccontare in modo efficace le tue storie. Quando ti ho citato la copertina del Times, intendevo non me o te ma proprio tutta la gente, cioè loro. Ed è chiaro che il web consente oggi un’interazione con tutti “loro” impensabile fino a ieri, e dunque un modo diverso di comunicare. Però è compito del professionista cogliere la palla al balzo e usare i nuovi media (questi di oggi e quelli che verranno) per quel che possono dare. Se resta fossilizzato alla carta stampata, è un uomo morto. Anche chi scommette troppo sul web, è probabile che fra vent’anni o trenta o chissà, sarà un uomo morto. Importanti sono la professionalità, la serietà professionale, e la flessibilità, cioè la capacità di adeguarsi ai tempi che è (o dovrebbe essere) intrinseca nella professione.
    4) proprio perché non è importante il mezzo ma il metodo, c’è differenza tra fare comunicazione istituzionale e comunicazione indipendente. se lo fai per un’istituzione, parli a nome della stessa e parli dei suoi contenuti. se lo fai in modo indipendente (che poi non lo è mai del tutto, ma c’è una buona approssimazione), fai tu delle scelte e, nel fare questo, fai un servizio al tuo pubblico (che puoi ovviamente cambiare, adeguare, discutere quanto vuoi, proprio perché il web te lo consente) . la comunicazione indipendente è un servizio per la gente, e ora che siamo bombardati da miliardi di informazioni notizie eventi, è ancor più importante di ieri.
    5) l’archeolgia, scrivi, ha bisogno di raccontarsi più che di raccontare ciò che le succede. confesso che qui non ti seguo, non capisco cosa vuoi dire. però dico una cosa: voi archeologi “blogger” parlate per lo più della vostra professione, dei suoi problemi, di cosa deve o non deve essere. una scelta legittima e utile, però rivolta solo ai propri simili. Ecco, io credo che si dovrebbe fare più che ragionare su cosa fare: il ragionamento è indispensabile ma deve essere bilanciato dall’azione. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di gente che faccia cose anziché parlare e basta. Se ne sono accorti anche i nostri opinion leader che infatti adesso parlano tanto di “fare”. Però continuano a parlare e basta.
    Ciao ciao (sono imbranatissima e non so come si mette lo smile, ma è come se ci fosse)

    • Infatti più che di contraddizioni, parlerei di diversa angolazione nell’affrontare la questione.
      Se proprio vogliamo trovare un punto in cui difficilmente riusciremo ad incontrarci, è la questione tra comunicazione istituzionale e quella che tu chiami comunicazione indipendente. E’ palese e acclarato che la differenza tra le due esiste e deve esistere. Quello su cui non sono d’accordo, è che questa differenza di tono e di registro non possano convivere all’interno di una stessa figura professionale / persona.
      E qui, ti rinnovo l’esempio di Marina: non è per caso sia la voce istituzionale della soprintendenza sia una che fa comunicazione “indipendente”?
      Le sfumature le fanno, le gestiscono e le dominano i professionisti capaci. Se io sono in grado di essere la voce online di un museo e subito dopo cambiare account e scrivere un blogpost per il mio blog personale, perché non dovrei farlo?
      Noi archeologi che abbiamo un blog scriviamo sia di cose che ci succedono come professionisti che come trentenni che vivono il presente con tutte le sue contraddizioni e difficoltà. Dalle 14 mila visualizzazioni totali che solo due miei post hanno collezionato, non mi sembra che io abbia parlato solo ad una nicchia. Non posso parlare per gli altri, ma penso che i blog di Giuliano, Marina, Francesco, Stefano e Michele abbiano fatto sicuramente molto meglio del mio.
      Quindi vuol dire che non parliamo “solo” di archeologia e non esprimiamo solo pensieri e considerazioni di specialisti, ma ci rivolgiamo ad un pubblico molto più ampio semplicemente contestualizzando la nostra esperienza nel nostro campo d’azione quotidiano.
      Proprio perché voglio smettere di ragionare sul chi, cosa, come e perché (erano proprio questi i voli ermeneutici a cui mi riferivo) ma voglio passare al fare, non smetterò mai di porre questa domanda e di tenerla sempre a mente: ma chi paga?
      Non è che a me non piaccia la parola giornalista, non mi piace voler applicare il concetto di giornalista al web, al blogging, al social networking.
      Per questo dicevo che non abbiamo bisogno di informazione ma di narrazione; ma non perché non ne abbiamo bisogno noi, perché non ne ha bisogno il pubblico. Noi dobbiamo essere informati, sempre. A loro dobbiamo raccontare le nostre storie, la nostra conoscenza e la nostra disciplina, sempre.
      Proprio perché voglio essere concreto, guardo alla realtà con concretezza: c’è qualcuno disponibile a pagarti per fare il giornalista / informatore di contenuti culturali sul web? C’è qualche editore disponibile ad investire sulla realizzazione di una testata online di contenuti culturali? E inoltre, questa testata avrebbe i numeri necessari per generare profitto e diventare quindi un investimento redditizio per l’editore?
      Penso che la risposta unica a tutte queste domande sia “no”.
      Ecco perchè mi discosto dall’idea del giornalista e di fare informazione di contenuti culturali. Non è antipatia, è una strada non percorribile allo stato attuale della realtà.
      Ultima cosa: probabilmente fra vent’anni il web non sarà più utile e scriverci su sarà considerato obsoleto. Ma qui sta tutto il mondo di differenze tra la “vecchia” figura del giornalista e la “nuova” figura (chiamiamola come vogliamo) di colui che scrive sul web. Se il web diventasse inutile, il blogger non avrebbe alcun problema a trasformarsi, a studiare e a diventare qualcos’altro. Non è un caso che la maggior parte dei giornalisti “tradizionali” che si sono messi a scrivere sul web abbiano dovuto smettere perché non ne erano in grado.
      A presto,
      [Alessandro]

  3. ma allora, nella tua prospettiva, c’è qualcuno disposto a pagarti per fare il blogger di contenuti culturali? oppure tu prevedi di campare comunicando per conto di un’istituzione e poi, se vuoi, comunicare per conto tuo quel che vuoi tu? il che, peraltro, è più che legittimo e si è sempre fatto da che mondo è mondo. la mia non era una critica ma una puntualizzazione, perché sono a tutti gli effetti compiti diversi. tutto qui
    tornando alle tue domande su chi paga: sarò un’illusa, ma continuo a pensare che la risposta sia “si”, sempre che il progetto sia serio e sostenibile. lo dimostrano i tanti progetti di comunicazione culturale che esistono (e campano da dio) in rete. ti suggerisco una lettura in merito, se ti va: http://a16z.com/2014/02/25/future-of-news-business/
    giornalisti “tradizionali” che scrivono sul web: se, come tu dici, non hanno saputo adeguarsi al nuovo mezzo, perché alcuni tra loro figurano in cima a tutte le classifiche di blog? cito Alessandro Gilioli con Piovono Rane, per esempio, o anche la stessa Galatea per citare qualcuno che si occupa di antico. importante è saper intercettare certi bisogni e avere flessibilità, e lo può saper fare chiunque, purché sia sveglio e intelligente. in questo non vedo perché il professionista del web dovrebbe essere più sveglio di qualcun altro. ci sono svegli e imbranati come ovunque
    ciao ciao

    • No, ora come ora il blogger di contenuti culturali non è disposto a pagarlo nessuno.
      Sì, nella mia prospettiva l’unica fonte possibile / auspicabile di retribuzione è un’istituzione culturale.
      Che poi qui rientra in gioco quella proposta, quell’idea che lanciai in un mio post (https://leparoleinarcheologia.wordpress.com/2013/10/22/chi-pagherebbe-un-archeoblogger/) sulla possibilità di essere retribuiti da una rete e non da una singola entità istituzionale.
      Non metto in dubbio che progetti di comunicazione culturali possano aver avuto più o meno successo, ma non rischierei troppo nello scommettere che sono stati tra i pionieri del web, tra coloro che per primi hanno intravisto una fetta di mercato e l’hanno saturata alla grandissima (Baricco li avrebbe chiamati “barbari”). Ora, in un mercato come il nostro, nella realtà attuale del web, quel vuoto mi sembra bello che colmato e saturo.
      Prima non ho scritto “tutti i giornalisti”, ma “la maggior parte”. E’ normale ed evidente (per fortuna!) che non tutti abbiano fatto la stessa fine e che ci sono stati e ci sono dei giornalista della carta stampata che vivono e lavorano sul web alla grandissima.
      Se ne potrebbero fare altri di esempi, non è questo il punto. Così come non volevo dire che il professionista del web è più sveglio del giornalista tradizionale.
      Mi riferivo semplicemente a metodologie e forma mentis: quando la “rivoluzione del web” arrivò anche in Italia, solo pochi furono svegli – come dici tu – ma io direi umili, da mettersi a studiare il nuovo medium, le sue metriche particolari e le nuove metodologie che portò con sé. Tutti gli altri o lo avversarono (inutile riportare citazioni famose) oppure provarono a scrivere e operare sul web così come erano abituati a fare sulla carta stampata e dovettero rinunciare in breve tempo.
      [Alessandro]

  4. Comparing your activism and our (in)activism, I cannot “like” this post enough. 🙂

  5. Pingback: Blogger, Archeoblogger, Museumblogger | generazione di archeologi

  6. Pingback: Blogger, Archeoblogger, Museumblogger – Generazione di archeologi

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