Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

3 thoughts on “Il mestiere dell’archeologo: raccontare storie

  1. Potrei dirti che neanche i nonni sono stati formati per raccontare storie… è l’esperienza che hanno maturato negli anni e il desiderio di condividerla che li trasformano nei migliori storyteller del mondo. E anche, ovviamente, il fatto di avere un pubblico di affezionati e curiosi nipoti che, ascoltando storie di un tempo che fu, sì, ma cui si sentono di appartenere, li ascoltano con interesse e desiderio.
    Forse allora il punto non è la formazione, ma innanzitutto la sensibilità per questo genere di cose. La voglia di condividere, di raccontare. Certo, se qualcuno ci insegnasse all’università come comunicare e raccontare l’archeologia faremmo meno fatica, ma in realtà non è la formazione che ci manca, quanto qualcuno o qualcosa che ci metta intorno un pubblico di “nipoti” cui raccontare le storie. Manca il “focolare” per farci incontrare, “nonni” e “nipoti”, o meglio, da qualche parte c’è, ma è difficile se non quasi impossibile da realizzare. E mi riferisco, so che lo hai capito, ai luoghi in cui il racconto dovrebbe avvenire ma spesso non avviene, musei in particolare.
    E comunque, ottima metafora Alessandro!

    • Certo, Marina. Hai ragione, non è solo e puramente questione di formazione in senso stretto.
      Lungi da me ritenere che se ce lo insegnassero nelle università, ne saremmo poi automaticamente capaci.
      La mia idea di formazione era più rivolta ad una forma mentis et moralis, proprio riferendomi a quella “sensibilità” a cui guardavi tu: la voglia di condividere, raccontare e mettere a disposizione di tutti la propria fetta di realtà. Vedi, ho sempre immaginato il racconto e le modalità del racconto come una festa in cui ogni ogni invitato invece che mangiarla una fetta di torta, se la portava da casa e la metteva al centro del vassoio. Alla fine della festa-racconto, si ottiene una torta intera, fatta di tante storie, che farà tornare a casa gli invitati-ascoltatori sazi come se la torta l’avessero mangiata tutta.
      So a cosa ti riferisci, ma so anche che non credi profondamente che manchi effettivamente il “focolare”. Il focolare c’è; anzi, ti dirò che ce ne sono anche tanti, ci sono delle belle cataste di legna, ordinate e pronte per essere accese. Ci sono anche gli ascoltatori, solo che per adesso se ne vanno in giro al buio senza meta, seguendo qualche barlume qui e là.
      Ti dico di più: penso che un focolare potreste essere (e in parte già siete) voi/tu.
      Sto cercando di raccogliere un po’ di fiammiferi in giro – alcuni mezzi consumati, alcuni altri un po’ umidi – per cominciare ad accendere qualche focolare, a distribuirli un po’ in giro e vedere se qualcun’altro riesce ad accendere un bel fuocherello.
      Io ci provo e finché non avrò finito tutti i fiammiferi e non mi sarò bruciato per bene i polpastrelli, continuerò.
      Adesso che mi ci fai pensare: non è che abbiamo smesso di raccontare nel momento stesso in cui abbiamo smesso di ascoltare?
      Grazie per il pensiero. Un abbraccio,
      [Alessandro]

  2. Eppure il racconto dei nonni (leggevo proprio qualche giorno fa un saggio sull’argomento in cui, tra le altre, erano riportate alcune osservazioni di Franco Cambi riguardanti il sapere storico) avrebbe tante cose in comune con il racconto archeologico… e sono certa che non mancherebbe anche una comunità di cittadini residenti e abitanti temporanei (come si dice oggi qui a Matera) attenti e disposti ad ascoltare ma anche (soprattutto) a interromperci e porre dubbi, domande….. forse dovremmo solo avere più fiducia nella nostra capacità di ‘vedere’ e raccontare. Iniziare a parlare – come spesso tu hai ripetuto!- usando meno ‘le parole dell’archeologia’ e imparare a comunicare invece usando ‘le parole in archeologia’…. e, come ripete sempre il mio Prof, diventare, da archeologi, autori delle nostre storie, accettare il diritto e la responsabilità di esserne anche registi, sceneggiatori…. A presto!

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