Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Siamo sicuri che vogliamo continuare ad aprire cantieri archeologici?

2 commenti

Ecco. È successo di nuovo.

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno e arriva l’ennesima notizia che fa indignare tutto il mondo del’archeologia e dei beni culturali.

Il 27 dicembre Il Fatto quotidiano pubblica un articolo in cui vengono messi impietosamente a confronto i finanziamenti dei Ministeri preposti (MIUR e MiBACT) con i finanziamenti delle università straniere che fanno ricerca archeologica in Italia.

Due Ministeri = 700.000 euro. Tre enti di ricerca (su 42) = 600.000 euro.

Niente da dire, niente da aggiungere. I freddi numeri parlano da soli.

Ennesimo – ma non ultimo, purtroppo – segnale di come i beni culturali e la ricerca interessino poco agli amministratori nazionali.

Come chioserebbe una ben riuscita imitazione di Crozza: «è agghiacciante!».

Però io ho uno strano vizio che non riesco a togliermi. Spesso e sovente mi capita di pensare oltre la notizia in sé, oltre il dato, oltre la giusta indignazione.

Fonte @salviamoilpatrimonio.it

Fonte @salviamoilpatrimonio.it

E quindi la mia domanda è: siamo sicuri che – in un momento come questo – vogliamo continuare ad aprire cantieri archeologici? Non abbiamo già abbastanza problemi con quelli che sono già aperti e malgestiti?

Penso che a questo punto sia necessaria una pausa per sedare l’onta di sconcerto del lettore.

Intendiamoci, non credo che la ricerca archeologica sul campo sia inutile o cancellabile o rimandabile. Ma semplicemente mi interrogo se possa essere deontologicamente e professionalmente giusto “fare un nuovo buco” nella nostra Italia se poi non siamo in grado di studiarlo, comunicarlo a valorizzarlo nel miglior modo possibile.

Me ne vengono in mente centinaia di casi sparsi in tutta Italia, ma mi preme ricordare il caso di Herdonia su cui consiglio la lettura del post di Giuliano.

Se il metodo, il sistema, gli schemi che abbiamo utilizzato fino ad ora ci hanno portato a questa situazione, forse è il momento di cambiarli. Magari andavano bene 40 anni fa, ma non ora, non oggi, non adesso. E noi stiamo vivendo nel presente (malandato) di tutti i giorni. Dovremmo trovare soluzioni che vadano bene per oggi. Non dobbiamo aspettare che le soluzioni ci arrivino dalle generazioni precedenti. È come se pretendessi che mio nonno mi insegnasse ad usare un tablet.

Fonte @marcovaldo.it

Fonte @marcovaldo.it

Non dimentichiamoci come sono stati gestiti la maggior parte degli scavi archeologici universitari fino a pochi anni fa: si arrivava, si scavava, si stava lì dagli uno ai tre mesi, si copriva, si passavano sei mesi o poco più a lavare/siglare/catalogare/scaricare punti/preparare piante di fase/digitalizzare schede US/ecc., nel frattempo nessuno sapeva nulla di quello che stava succedendo, si pubblicava un articoletto in qualche volume  ad uso e consumo degli specialisti, l’anno successivo si tornava in cantiere e si ricominciava daccapo.

Non lamentiamoci se siamo stati e continuiamo ad essere visti come quelli che smuovono terra, che spolverano le ossa o che bloccano i lavori.

E quindi torno a chiedere: se non cambiano radicalmente le condizioni di cui sopra – e per ora non mi sembra proprio – ha senso aprire nuovi cantieri archeologici? Non sarebbe meglio investire quei pochi fondi provenienti dal Ministero per cercare di risolvere i problemi (di gestione, di comunicazione, di manutenzione, ecc) dei cantieri già aperti?

A questo punto mi si chiederà: e i nuovi studenti? Dove si formano?

Giusta annotazione. I nuovi studenti si formeranno nei cantieri di coloro che i fondi ce li hanno (e li usano bene).

Screenshot del sito dell'università del Michigan dedicato al Gabii Project

Screenshot del sito dell’università del Michigan dedicato al Gabii Project

Cosa vieta ai dipartimenti di archeologia delle università italiane di stipulare degli accordi con l’università del Michigan piuttosto che con l’università del Texas per far partecipare gli ormai pochi studenti di archeologia alle loro campagne di scavo? Quale occasione migliore per uno studente se non quella di scavare e lavorare in un contesto internazionale e multidisciplinare?

Inoltre non capisco per quale motivo le università debbano aspettare passivamente la manna dal Ministero. Possibile che sia talmente tanto assurdo far funzionare un ente pubblico con una mentalità privata? Cosa impedisce ai dipartimenti di archeologia di cercare e reperire fondi, coinvolgere investitori come enti di ricerca privati?

I casi virtuosi di scavi archeologici che hanno anche portato un valore sociale – oltre che storico e archeologico – nel territorio in cui operano, sono il frutto della volontà di proprietari benevoli, di associazioni disponibili, di aziende finanziatrici, di amministrazioni comunali interessate e di uomini e donne del corpo universitario e non disposti a farsi il mazzo (vi segnalo – per affetto verso il luogo e le persone – il caso di Vignale).

Ma come ho scritto prima, sono casi non è un sistema.

Forse abbiamo bisogno di trarre un insegnamento diverso dai dati dell’articolo citato all’inizio del post. Forse dobbiamo convincerci che servono dei dipartimenti di archeologia metodologicamente “nuovi”, che uno studente non deve solo “imparare a scavare” ma deve seguire la filiera conoscitiva dal principio alla fine (non dobbiamo stimolarli a produrre dati e conoscenze che poi nascondiamo loro), che una nuova politica gestionale è fondamentale se vogliamo andare incontro al cambiamento necessario.

Non penso che tutto questo sia impossibile, soprattutto perché sono gli uomini e le donne – con le loro volontà – che decidono cosa è possibile e cosa non lo è.

“La vera scelta non è mai tra il fare una cosa e il non farla. Ma tra il farla o non farla per coraggio oppure per paura.” (Massimo Gramellini, L’ultima riga delle favole).

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2 thoughts on “Siamo sicuri che vogliamo continuare ad aprire cantieri archeologici?

  1. Ho scoperto da poco il tuo blog, lo trovo davvero molto stimolante. Mi scuso se commento solo ora, ma ho avuto proprio adesso il piacere di leggere questo post. al quale non posso che concordare.
    Mi capitò qualche anno fa partecipare a due campagne di scavo, uno di sei mesi e uno che si prolungò per quasi due anni, in cui scavai saltuariamente.
    Nel primo scavo lavorammo incessantemente per sei lunghissimi mesi (dalla primavera a metà ottobre), facendo interessanti scoperte e trovando anche molto materiale (cassette ancora ammassate nei magazzini). Lo scavo venne chiuso perchè i fondi erano terminati a causa delle incessanti spese per il materiale e per i consulenti esterni. Ovviamente dopo un anno l’infestazione vegetale aveva ricoperto quasi tutto, alcune strutture erano crollate, altre erano totalmente illegibili. Le cassette totalmente impolverate, le scritte col pennarello sbiadite e nessun coccio era stato adeguatamente siglato.
    Lo scavo venne riaperto per un mese l’anno successivo ma fu chiuso senza aver fatto nessun progresso e nuove cassette furono accatastate con le altre.
    Oggi l’area non è accessibile al pubblico, è stata recintata e ricoperta di pozzolana. Non sono state fatte pubblicazioni scientifiche in merito, il nostro lavoro è stato totalmente inutile. Non sono stati realizzati nemmeno cartelli esplicativi per i turisti. Non posso biasimarli se spesso li vedo fissare con sguardo vacuo quei “ruderi incomprensibili”! Mi sono proposta come volontaria per la catalogazione dei reperti scavati, ricevendo un secco diniego, in quanto non ci sono fondi per pagare assitenti che mi aiutino ad organizzare i magazzini e le aree di lavoro.
    Il secondo scavo finì in modo peggiore. Il settore in cui avevo lavorato in modo assiduo (senza percepire un soldo, ci terrei ad aggiungere) fu chiuso frettolosamente per la costruzione di una rampa per disabili. Erano state chieste numerose proroghe per terminare i lavori di scavo e per revisionare il progetto della rampa, affinchè non includesse il settore che stavamo scavando da quasi due anni. Ma distruggere tutto, sotterrare e dimenticare costava decisamente meno che valorizzare quell’area. Et voilà, la decisione fu presa. Oggi non posso non guardare con rammarico quel settore ricoperto da un bel prato verde e una rampa in cemento (con tutto il rispetto per i disabili).
    Perchè dunque scavare se poi non possiamo vedere fruibili al pubblico i nostri sforzi? Non nego che sono davvero indignata in merito alla questione degli scavi. Gli studenti vengono coinvolti in attività di scavo senza essere remunerati, lavorando alla stregua di operai specializzati, senza nessun coinvolgimento nelle attività scientifiche ma sono nella manodopera. Dopo mesi di lavori, tutto viene ricoperto, lasciato all’incuria del tempo, gli sforzi dimenticati, i materiali accatastati nei magazzini (se le Soprintendenze sapessero gestire regolarmente i soldi che vengono loro assegnati, metà degli archeologi disoccupati avrebbero un impiego, sistemando questi magazzini, pieni di reperti abbandonati!). E’ una grandissima vergogna!

    Mi scuso nuovamente se mi sono dilungata, grazie per dar voce agli archeologi!

    • Ciao Ilaria,
      grazie per aver condiviso la tua esperienza e il tuo punto di vista.
      Qual è il tuo percorso? Come sei arrivata su quegli scavi di cui ci hai raccontato? E cosa hai deciso di fare dopo quelle esperienze?

      Senza dubbio la tua testimonianza non schiarisce uno scenario già abbastanza fosco, anzi ne mette in evidenza ulteriormente le criticità.

      A presto,
      Alessandro

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