Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Guestpost #svegliamuseo: le mie riflessioni sul IV convegno APM

Lascia un commento

Ancora grazie a Francesca e alle altre ragazze di #svegliamuseo. Qui il link per l’articolo integrale. Di seguito il mio post:

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, […].

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Mai avrei pensato che le parole di uno dei figli più importanti di Assisi sarebbero state così fortemente disattese dalle condizioni meteorologiche.

Infatti l’11 e il 12 novembre, in occasione del quarto convegno dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei, sembrava più che altro che si stessero manifestando in tutta la loro potenza i versi del senese Cecco: s’i’ fosse vento, lo tempestarei / s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei.

Io avevo un po’ di strada da fare. 185 km, circa 2 ore e 20 minuti. Durante quelle ore ho deciso che sarei arrivato ad Assisi senza nessun preconcetto, senza nessuna preclusione mentale, con la maggior apertura mentale possibile e predisponendo al massimo il mio senso migliore: l’udito. Avrei ascoltato e mi sarei fatto contaminare. Spesso e volentierinon si possono mai prevedere i risultati di una “sana” contaminazione.

Due mondi, un unico problema

I piccoli musei in Italia sono più di 4.000 secondo i dati ufficiali, ma secondo le stime del prof. Dall’Ara sarebbero quasi il doppio. E sapete qual è la cosa peggiore? Non esiste una legge, una norma, un regolamento dello Stato che li istituzionalizza, li riconosce, li regolamenta.

Vi ricorda qualcosa? Qualche figura professionale in particolare? Beh, uno di loro ce lo avete davanti agli occhi e sotto al naso. Esatto, gli archeologi.

Come gli archeologi, migliaia e migliaia di piccoli musei che operano nel territorio, sul territorio, con il territorio e per il territorio non sono riconosciuti dallo Stato italiano. I “reparti operativi” della cultura sul campo – fatti di luoghi e di persone – lodati a parole e bistrattati nella pratica.

Il punto è che un piccolo museo non è un museo piccolo. Il fatto che anche il  Peggy Guggenheim di Venezia si definisca un piccolo museo la dice lunga su cosa significhi esserlo. Un piccolo museo è l’unità-base della cultura che non solo non rientra nei circuiti dei musei nazionali sparsi nel nostro territorio, ma che ha il compito sociale, culturale e morale di penetrare nel territorio in cui opera, di farlo vivere, di farlo respirare, di far pulsare le nuove generazioni di responsabilità culturale e sociale.

Ma a queste condizioni, con i mezzi che ogni piccolo museo ha, senza nessun aiuto economico-gestionale difficilmente ci riusciranno.

Innovare è l’unico modo per vivere

Lungi da loro l’idea di lasciar perdere e farsi prendere dalla disperazione, i piccoli musei si sono guardati negli occhi e si sono detti: “O innoviamo o moriamo”. Soprattutto, i piccoli musei non volevano fare la fine – e commettere gli stessi errori – dei fratelli maggiori, i musei grandi (di grandi musei ce ne sono pochi). Allora si sono guardati intorno e si sono rivolti allo strumento più potente e libero che fino ad allora era stato poco considerato: il web.

Così, mentre uno sconvolgente report della dottoressa Ungaro ci rende noto che quasi il 70% dei visitatori dei Musei Capitolini è arrivato lì e si è trovato a visitarli per caso, il signor Gallavotti ci snocciola orgogliosamente i 200 mila visitatori in cinque anni del Museo del Bottone di Santarcangelo di Romagna, con la sua pagina Facebook, il suo blog e le attività didattiche articolate e programmate.

Mentre al Museo della Centrale di Montemartini è stato negato dalla municipalità il permesso di disporre indicazioni per il museo in quanto “motivo di distrazione per gli automobilisti”, il Museo Biddas veniva istituito, allestito e promosso con 10 mila euro e vinceva il Premio Riccardo Francovich per il miglior museo o sito archeologico italiano inerente il patrimonio archeologico di età medievale.

Questi esempi – ne ho citati solo due ma ce ne sarebbero molti altri – mi hanno fatto rendere conto di quanto la base del sistema culturale italiano sia molto più aperta, pronta e “sveglia” dei vertici; di quanto i musei grandi non si rendano conto del pericolo di implosione che li mina alla base; di quanto sia necessaria e urgente una revisione del sistema economico e gestionale della cultura italiana, dalle istituzioni fino al professionista finale.

528299_663179887039837_570331801_n

Una ‘piccola’ riflessione critica

Dato che in sede di convegno non c’è stata la possibilità di aprire dibattiti o riflessioni condivise anche dalla platea, approfitto dell’opportunità.

È stato più volte citato il volontariato. È stato più volte lodato il volontariato.

Prima che a qualcuno comincino a drizzarsi i peli sulle braccia, il volontariato – quello sano – va sostenuto e promosso. Ma non va considerato come la soluzione. La stessa dottoressa Ungaro, raccogliendo diversi consensi in platea, ha proposto come soluzione alla mancanza di informazioni circa determinati musei del circuito capitolino la creazione di info-point – interni ed esterni ai musei – “coinvolgendo le associazioni di volontariato” (cito a memoria).

Ora – a onor del vero – quelli si chiamerebbero assistenti museali e andrebbero inseriti nell’organigramma del museo.

Vorrei far notare che chi punta tutto sul volontariato è destinato a morire. Non sono un “tiratore di sentenze”, studio le realtà in cui è già successo. Ho provato anche a raccontarlo, ma non è venuto fuori un buon quadro.

In Inghilterra, la maggior parte dei musei (piccoli, medi e grandi) dal 2009 ad oggi ha sensibilmente ridotto all’osso il proprio personale. In alcuni casi, tranne il funzionario amministrativo (spesso dipendente comunale a cui sono stati accollati anche gli oneri amministrativi dell’istituzione), il museo era interamente gestito dai volontari. Ma i volontari non possono rimanere tali per tutta la vita: le persone anziane si ritirano, i giovani terminano gli studi e cercano il loro posto nel mondo, le mamme e i papà decidono di dedicarsi alla famiglia.

Il risultato è stato che i musei gestiti e organizzati in quel modo hanno chiuso. E la stessa fine toccherà a tutti coloro che – avendo eliminato i professionisti museali per limitare i costi – cercano disperatamente un curatore specializzato e con esperienza con un contratto “a zero ore”, cioè da volontario. Mi sembra piuttosto chiaro che si andrebbe incontro ad un corto circuito da cui non si tornerebbe più indietro. E sarebbe davvero un peccato.

Perché – come ho detto in un fortunato tweet d’auspicio –  la rivoluzione che tutti cercano, può partire dai piccoli musei.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...