Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

#FreeArchaeology: una chiacchierata con Sam Hardy di (Un)Free Archaeology

8 commenti

Ciao Sam e grazie mille per aver accettato di fare questa chiacchierata. Sono molto contento di questa opportunità.

Ciao Alessandro, grazie a te per quest’intervista. Noi attivisti (anti)#freearchaeology siamo d’accordo con voi attivisti di #no18maggio sulla necessità di costruire una consapevolezza ed una solidarietà internazionale per portare avanti le nostre battaglie, perciò quest’occasione è ottima per tutti noi.

Presentati ai lettori nel modo che preferisci.

In teoria, sono un operatore del patrimonio culturale, concentrato sulla distruzione della proprietà culturale e sul commercio illecito di antichità. In pratica, sono stato disoccupato per 32 degli ultimi 42 mesi e – 10 di questi mesi in cui ho lavorato – ho insegnato Inglese.

Fonte @Twitter

Fonte @Twitter

Cosa ci puoi raccontare della tua storia personale e professionale? E come ti è venuta l’idea del blog?

Per via del mio indirizzo di ricerca sono sempre stato attento e preoccupato dell’impatto della crisi economica sulla nostra professione (ad esempio, qui). E anche a causa del mio percorso professionale, ero inevitabilmente preoccupato circa il lavoro non pagato nel settore culturale. Poi Emily Johnson ha dato il via alla discussione sulla #freearchaeology prendendo “in considerazione l’idea di aprire un blog sulla questione problematica dei volontari in archeologia e nel settore culturale”; e – in particolare dopo che lei e Lucy Shipley hanno scritto in un blog sull’argomento – l’idea (di fare lo stesso, ndr) è cresciuta sempre più. Alla fine, specialmente alla luce della resistenza che gli archeologi stavano opponendo in Turchia, ho deciso di lavorare di più sulla tematica e aprire il blog.

Abbiamo cominciato a seguire il tuo blog e le tue testimonianze specialmente quando in Italia il Ministero della Cultura stava cercando di organizzare un’iniziativa chiamata “La Notte dei Musei”. Non c’erano abbastanza fondi per portare avanti la manifestazione, ma il Sottosegratario alla Cultura fece una “chiamata alle armi” delle associazioni volontaristiche affinché si mettessero a disposizione dei musei per rendere possibile quest’iniziativa. Io e i miei colleghi siamo saltati in aria quando abbiamo saputo la notizia e abbiamo provato a portare avanti una protesta che permettesse a tutti di conoscere il nostro punto di vista. L’unica (e sbagliata) questione che venne fuori, fu che noi eravamo contro il volontariato. Questo era ed è sbagliato perché noi siamo a favore del volontariato e delle associazioni di volontariato fino a che esse non sostituiscano il lavoro dei professionisti in nessun ambito del mondo del lavoro[1].

Sapevo che stavate seguendo le nostre discussioni dalle conversazioni online, da Twitter e dalle statistiche del mio blog. Sfortunatamente, troppo pochi inglesi parlano italiano (o qualsiasi altra lingua straniera); ma sapevamo dai nostri colleghi italiani, dalle poche notizie tradotte e dal documentario “Girlfriend in a Coma” che la crisi aveva colpito pesantemente il patrimonio culturale e i suoi professionisti in Italia.

(Anche noi abbiamo avuto esattamente gli stessi problemi di percezione: quando noi protestiamo contro lo sfruttamento dei volontari per sostituire i professionisti, le persone con ovvi interessi nascosti fanno credere – mentendo – all’opinione pubblica che stiamo criticando i volontari)

Screenshot del blog (Un)Free Archaeology

Screenshot del blog (Un)Free Archaeology

Cosa sta succedendo in Gran Bretagna?

In Gran Bretagna abbiamo due tipi di problemi. Fortunatamente le leggi e la politica prevengono l’utilizzo di lavoratori non pagati per scavi ‘commerciali’; ma i lavoratori hanno dovuto soffrire per molto tempo a causa degli stipendi bassi, per l’insicurezza contrattuale e l’impiego “a singhiozzi” (e hanno dovuto combattere a lungo per migliorare la loro situazione). Da quando c’è la crisi, il 30% del lavoro in campo archeologico è stato perso; e i rimanenti archeologi da cantiere e non, sono molto spesso minacciati dall’aumento di contratti a zero ore e del crowdworking.

Come se non bastasse, la maggior parte dei lavoratori dei musei (gallerie, biblioteche ed archivi) sono ancora più vulnerabili. Per la legge, per tutti i lavoratori (inclusi quelli delle ONG o delle opere pie) è garantito un salario minimo, ma i “lavoratori volontari” delle associazioni di beneficienza e delle ONG (che svolgono compiti essenziali, ma che non ne beneficiano in alcun modo) possono essere impiegati senza essere pagati. Nella realtà, le ONG o le associazioni di volontariato spesso inquadrano i loro dipendenti e gli altri lavoratori “reali” come lavoratori “volontari”. Anche le organizzazioni commerciali e culturali qualche volta chiamano i propri dipendenti “interns” per dare la falsa impressione che loro sono lavoratori volontari e che possono essere impiegati senza essere pagati.

E questo sfruttamento sta diventando (ancora di più) una prassi. Sotto la copertura dell’austerità, le organizzazioni culturali stanno tagliando gli stipendi dei loro dipendenti, o li stanno direttamente licenziando, facendo ricadere sugli altri lavoratori rimasti il lavoro arretrato; poi sfruttano i volontari o i presunti lavoratori volontari per mantenere o addirittura espandere la propria attività.

Ora, i principali programmi di formazione post-laurea hanno un grado di disoccupazione del 90 %. Se si dispone di qualifiche e di esperienza, si potrebbe avere una chance su 300 di ottenere un lavoro part-time con una qualifica d’ingresso bassa, oppure una chance su 300 di ottenere un apprendistato che ti prepari ad un lavoro con una qualifica d’ingresso bassa. Se si ottiene un lavoro, probabilmente non si sarà mai in grado di pagare i debiti (che si sono contratti, ndr) da studenti, senza parlare di guadagnare abbastanza per sentirsi economicamente sicuri.

E cosa dicono o fanno i professionisti?

In questo momento stiamo cercando di documentare il problema, di educare noi stessi e di organizzarci. Free archaeology è un argomento di conversazione, viene discusso sui social media, nei forum professionali, nelle aule universitarie; l’anno prossimo sarà l’argomento di alcune conferenze. Ci piacerebbe lavorare insieme ai nostri colleghi internazionali per studiare ed affrontare il problema come un problema europeo.

Hai una soluzione in mente o una via d’uscita per questa situazione? Pensi che questo andamento possa essere modificato?

Sfortunatamente, sono pessimista. Tutti i nostri principali partiti politici hanno preso parte all’attacco dell’istruzione superiore, del settore culturale e dei disoccupati. Almeno voi avete ancora qualche significativa e ammirabile resistenza alle misure di austerity (come la vostra protesta), ma noi non ne abbiamo. Dove possibile, dobbiamo utilizzare le leggi esistenti per contrastare le misure di austerità troppo penalizzanti. Dobbiamo fare una campagna nazionale e internazionale per proteggere i diritti dei lavoratori, per preservare il patrimonio culturale e per promuovere le economie culturali.

È imbarazzante continuare a discuterne, tuttavia ribadisco che sostengo il volontariato genuino (che non viene utilizzato per sostituire la forza-lavoro), ma credo che – prima di tutto – dobbiamo rifiutarci di prestare la nostra opera gratis. La nostra preoccupazione sociale e professionale per i beni culturali viene sfruttata per fare pressioni su di noi e sul “fare ciò che deve essere fatto”. La nostra disperazione per “battere le probabilità” (di ottenere un lavoro, come citato prima, ndr) viene sfruttata per farci fare qualsiasi cosa che possa aiutarci ad ottenere un posto di lavoro (e 299 volte su 300 questo non succede).

Fino a quando acconsentiremo ad essere sfruttati, saremo sfruttati, la professione sarà precarizzata e il nostro patrimonio culturale in serio pericolo.

Pensi che i nuovi media e il web possano giocare un ruolo attivo nel cambiare la situazione? Se sì, in quale modo e come secondo te.

I nuovi media e il web facilitano l’espressione diretta, la comunicazione e l’organizzazione. Senza di loro, non sarei stato in grado di trovare, tradurre e condividere i tuoi/vostri post o quelli di Çağrı Yağar’s sulla disoccupazione in Italia e in Turchia; inoltre qualsiasi tipo di coordinamento tra #freearchaeology e #no18maggio sarebbe stato davvero difficile. Si spera che potremo lavorare attraverso le nostre nazioni e attraverso i continenti per educare e informare i nostri colleghi e il pubblico sui danni che si stanno arrecando alla nostra generazione e al nostro patrimonio culturale. Forse, dopo, saremo in grado di resistere.

Grazie mille per il tuo tempo e la tua disponibilità. Ci hai dato la possibilità di capire molto meglio il periodo problematico che stiamo vivendo. Ancora tante grazie.

Grazie per l’opportunità che mi hai dato per affrontare queste questioni chiave.

——————————————————

NB: Per chiunque avesse voglia di leggere la conversazione originale in inglese: https://drive.google.com/file/d/0B-ARBs7nFreFNTVJQ3VfUEhmb2M/edit?usp=sharing


[1] La discussione sull’argomento è andata avanti per mesi e mesi senza nessun risultato concreto e – ovviamente – è molto più complessa e articolata dello schematico riassunto che ho scritto. Per esempio, il Sottosegretario giustificò in quei giorni la sua posizione affermando che in un periodo di crisi come il nostro, il volontariato era l’unico e sostenibile metodo per aiutare i musei e le istituzioni ad andare avanti con la loro mission. Quest’affermazione è sconcertante, soprattutto perché significa l’inizio della fine per gli operatori culturali e i professionisti del settore. Principalmente, bisognerebbe ricordare, che mission di un museo non è quella di rimanere aperto, ma di valorizzare le proprie collezioni, di divulgare valori e di fare ricerca.

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8 thoughts on “#FreeArchaeology: una chiacchierata con Sam Hardy di (Un)Free Archaeology

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