Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

#svegliamuseo: l’idea, il progetto, la sfida

17 commenti

Può un progetto come #svegliamuseo non interessarmi?

Può un progetto come #svegliamuseo non trovare spazio in questo blog?

Risposta unica per tutt’e due le domande: no.

Se ho aperto un blog con la convinzione (e la pazzia) di unire archeologia e comunicazione, di parlare di social media strategy per i musei, per inalberarmi ogni volta che ne ho l’occasione e per scrivere post eccessivamente pessimisti sulla mia professione, queste ragazze sono “piovute” dalla rete come una benedizione, come un segno che non sono completamente fuori di senno (al limite, saremmo in quattro).

Screenshot dal sito svegliamuseo.com

Screenshot dal sito svegliamuseo.com

Francesca (@ThePorden), Aurora (@RoryInLA) e Federica (@fedi_reds) fanno una scoperta: «i musei italiani quasi non ci sono sui social, alcuni hanno una pagina Facebook che però sotto-utilizzano, molti non hanno un account Twitter e la maggior parte dei siti sono decisamente “pezzi da museo” con grafiche antiquate e bassa navigabilità».

Le antenne cominciano a tremare e i sensi di ragno si attivano ripensando al passato.

Inoltre notano anche che «i musei stranieri sono più avanti di noi, con una grande maggioranza presente in maniera efficace online, sia per quanto riguarda l’utilizzo classico dei social media, sia grazie a progetti speciali e iniziative creative che coinvolgono migliaia di persone».

Ormai gli occhi sono lucidi e ripenso al mio primo post.

Come tutte le persone intelligenti, quando scovano un problema, iniziano anche a cercare una soluzione.

Allora si sono messe in testa che in tre mesi si sarebbero fatte aiutare da 10 musei stranieri – che utilizzano al massimo e nel migliore dei modi gli strumenti web di comunicazione – per “svegliare” 10 musei italiani.

Hanno progettato un sito in cui saranno pubblicate le ricerche, gli studi di settore oltre che l’avanzamento del progetto, hanno aperto un gruppo di discussione, condivisione e scambio di idee su Facebook e hanno lanciato su Twitter il già seguitissimo hashtag #svegliamuseo.

Capite bene che per uno come me – che all’inizio di un tirocinio presso i Musei di Stato della Repubblica di San Marino si prefiggeva l’obiettivo di “far parlare il museo” – un progetto di questo tipo gli attraverso il cuore da parte a parte.

Fin qui la parte idealista-sentimentale. Ma siccome ho fatto lo scientifico e ho “la mente a quadretti” (cit. prof. Zanini), mi sto facendo delle domande su come questo esperimento possa far cambiare effettivamente qualcosa.

Come far diventare i consigli che verranno fuori dal progetto una metodologia di comunicazione? Come far capire ai dirigenti museali che per mettere in pratica queste strategie e metodologie ci servono dei professionisti? E che – non è scontato! – costoro vanno retribuiti?

Come rendere fattivamente utili i risultati di questo progetto?

Si accettano suggerimenti.

Intanto #svegliamuseo è già “nu piezz’ ‘e cör”.

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17 thoughts on “#svegliamuseo: l’idea, il progetto, la sfida

  1. Scusa Ale, fammi fare il guastafeste… Sparano a zero sui siti dei musei, senza probabilmente conoscerli (quello dei Musei Capitolini o quello del Museo di Ferrara è tutt’altro che un pezzo da museo!!!); si presentano con un blogghetto in wordpress con un tema che non è manco responsive, appoggiandosi ad un provider che ha sede a Frosinone!!! Ora, non che io voglia criticare i miei concittadini, ma qui rientriamo nel discorso che facevo nell’altro post: chi vuole fare queste cose deve avere competenza tecnica e conoscere il mercato, conoscere i server, non limitarsi a conoscere le piattaforme front end.
    Vedi, ci siamo vergognati che a pompare i BB.CC. avessero messo uno che aveva fatto di McDonald un impero: forse perché ci dava fastidio che un non archeologo ne sapesse più di noi di marketing… E vabbè: adesso vogliamo far fare la comunicazione dei musei a chi si occupa di marketing della moda… Che poi per carità loro scrivono cose ovvie, cose che gli esperti scrivono da anni, cose che io stesso ho scritto anni fa, ho detto anni fa parlando nei vari appuntamenti. Ok, modalità rompiscatole OFF.
    Torniamo al discorso che feci in un post precedente: io Museo, devo assumere un social expert. Quali qualifiche devo chiedere? Io, archeologo, voglio fare social expert, che studi devo fare? Un master in comunicazione? Non vedo l’attinenza… Parliamo di video su youtube, ma secondo voi è più facile fare un video di 30 minuti o più facile fare un video di 3-4 minuti? Forse che magari si dovrebbero avere competenze di regia e fotografia, non soltanto possedere un camcorder pezzotto da borsetta del pomeriggio. Mi rompe più le scatole un video inutile di 4 minuti che un video di 20 minuti denso di contenuti fatti bene. Vedi che il problema è estremamente complesso? Vogliamo inventarci una nuova professione provando a convincere i musei che serve (ma tanto poi, un concorso per assumerti come tale non lo faranno per 20 anni almeno, e di consulenze esterne non se ne parla, quindi, de che parlamo?), ma vogliamo almeno stabilire le basi? Oppure pensiamo che basta che domani uno si sveglia, apre un gruppo su FB o un account su Twitter, e subito diventa il pontefice dei social?
    Ora, tu che sei stato eletto “Best Fan Ever”, mentre io naturalmente passerò per il “Best Evil Ever”, prova a farmi capire: ho bisogno di imparare. Come disse Eistein, se qualcosa è impossibile, falla fare a qualcuno che non sa che è impossibile e la farà. Vediamo che fine fa questo progetto, ma se volete prendere ad esempio i musei stranieri, cominciamo col dire che la legislazione straniera è differente e che noi ci portiamo dietro quella palla al piede della ex-Ronchey, che all’estero non hanno… Ne sanno qualcosa quelli di #InvasioniDigitali, quindi prima di parlare di Youtube, Flickr, Instagram e Pinterest andiamoci piano. Che poi io le board dei musei le seguo, comprese quelle straniere: a me danno la sensazione di essere degli strilloni, come quei fogli fuori le edicole che ti dicono le notizie principali del quotidiano, per invogliarti a comprarlo. Ma se il social deve essere uno strillone, non serve un social expert, basta alla malepeggio un servizio di condivisione automatica come 1000 ne esistono; se deve essere qualcosa di serio, chi gestisce l’account deve rispondere alle domande che feci in un altro post: conosci la storia locale? Conosci le collezioni del museo? Conosci il territorio? Sei pronto a vivere in quel territorio? Se la risposta è no anche a solo 1 di queste domande, potrai avere tutti i master del mondo, potrai avere splendide idee (e forse sarebbe ora che un panel sui musei venisse fatto a livello ufficiale, solo che temo molto chi potrebbe farlo), ma non sei adatto. Magari sbaglio, anzi sicuramente, but this is that I think. 🙂

    • Ma tu che:
      – parli di tecnologia e hai un sito buggato che nell’header ha “window.addEvent(‘load’, function() { new JCaption(‘img.caption’); }); window.addEvent(‘domready’, function() { SqueezeBox.initialize({}); SqueezeBox.assign($$(‘a.modal’), { parse: ‘rel’ }); }); window.addEvent(‘load’, function() { new JCaption(‘img.caption’); }); window.addEvent(‘load’, function() { new JCaption(‘img.caption’); }); window.addEvent(‘domready’, function() { SqueezeBox.initialize({}); SqueezeBox.assign($$(‘a.modal’), { parse: ‘rel’ }); });””
      – dici che ciò che raccontano su #svegliamuseo è ormai stato scritto da tutti, e poi nei tuoi post scrivi ” Studiare – comunicare – divulgare – formare: questi i 4 concetti fondamentali attorno a cui ruota la rivoluzione digitale ancora largamente da attuare in campo archeologico.”
      – hai fatto mille domande per confondere il lettore sul youtube, telecamere, lunghezza dei video, contenuti, social media, e gruppi chiusi e poi ti sei chiesto “Oppure pensiamo che basta che domani uno si sveglia, apre un gruppo su FB o un account su Twitter, e subito diventa il pontefice dei social?”. Non hai capito una mazza del progetto #svegliamuseo (che non ha bisogno di tutti questi strumenti tecnologici) e forse neanche dei social media.
      – parli di social strillone e sei il primo che viene qui a gridare allo scandalo per metterti in luce, dicendo che ci sei arrivato prima tu di loro.
      Tranquillo, non rosikare, probabilmente ti sei guadagnato 2 visite in più sul sito. Se veramente il tuo obiettivo fosse stato quello di conoscere altra gente che la pensa come te, hai sbagliato i modi e i toni. Ma a te non interessa, sei troppo avanti.

      • 1) il bug dell’header è un problema del server che con l’amministratore non siamo riusciti a risolvere. Da disoccupato non butto €150, alla fine dell’anno il server viene cambiato e il bug risolto. Non ho scritto io Joomla, non faccio l’amministratore Linux e non ho programmato il template… Per 4 anni quel problema non c’è stato, ergo informati prima di dire che la colpa è mia. Oppure trovami la soluzione, la community open source funziona così.
        2) la rivoluzione è da attuare in campo archeologico. Altra cosa è fare un post in cui spiegare come si fa la rivoluzione: questo l’hanno scritto tutti, applicarla non l’ha fatto quasi nessuno. Se vuoi scrivere ti becchi la critica, se vuoi fare, vuol dire che la pensi come me.
        3) mai preteso di capire alcunché sui social media, bisogna vedere se chi pontifica ha capito qualcosa… Io parlo da utente, da fruitore, da chi deve giudicare i tuoi contenuti… Ovvero, colui che a te interessa coinvolgere, rapire…
        4) mai messo in luce, la mia storia parla per me… Non mi conosci, non venire a pontificare… Scrivo sul blog di Alessandro da tempo, e certamente non perché mi guadagno 2 visite in più sul sito… Se la metti così, mi sa che hai meno diritto di me di dare lezioni sul network. Anzi, levo pure il link al sito in questa risposta, così rinuncio al backlink, non sia mai che mi si dica che rispondo per guadagnare reputazione.

        PS: bisogna capire se a te interessano le critiche, che per quanto stupide, sono utili per migliorarsi… anche in chi le fa, te lo assicuro…

    • Ciao Simone,
      come al solito (e come sai) accolgo sempre con piacere i tuoi commenti. Esprimi il tuo punto di vista in maniera articolata e chiara. Ma questa volta devo fare una piccola premessa da amministratore bacchettone: non pensi che ti sia lasciato prendere un po’ la mano?
      Anche questa volta hai espresso la tua opinione, ma erano necessari quegli attacchi così diretti?
      Ulteriore specifica: io non conosco le ragazze di #svegliamuseo né faccio parte del progetto, quindi non le sto difendendo dal punto di vista personale. Sto solo cercando di riportare la questione su toni accettabili. Anche perché il tuo commento ha subito attirato delle critiche su di te, Simone, che non risparmiano il tuo sito e le tue argomentazioni.
      Non voglio una lite sterile sul mio blog, voglio scambio di opinioni. Ma allo stesso tempo non voglio fare il censore, quindi pubblicherò quei commenti ma gradirei che non andassero oltre.
      Non entrerò nel merito del progetto perché ho invitato le autrici ad intervenire direttamente, ma su alcune questioni che tu mi poni.
      Su una cosa siamo stati e siamo d’accordo: se vogliamo inventarci una nuova figura professionale sono necessarie delle basi condivise e accettate. Nessuno si deve improvvisare niente né deve fare il lavoro di qualcun altro. Da queste poche parole, riemerge in tutta la sua criticità la questione e la problematica delle figure professionali “ibride”.
      Io – come tante altre persone, per esempio Francesca che è laureata in archeologia, ha studiato marketing e lavora per una web agency, oppure Francesco che è laureato in archeologia, si sta specializzando e sta cercando di acquisire competenze di regia, fotografia e video-editing – punto verso quella direzione perché penso e credo che potrebbe essere una nuova chiave di letture e – ovviamente – di impiego.
      Sono stato ‘simpaticamente’ eletto Best Fan Ever per l’appoggio che ho dato al progetto, per averne parlato e per essere entrato nella discussione. E in fondo, continua a piacermi!
      Perché porta di nuovo l’attenzione sui nuovi media, perché crea una community, perché smuove le acque immobili (o almeno ci prova) degli ambienti museali, perché non guardano sterilmente ai musei esteri senza tenere in considerazioni le differenze e soprattutto riescono a riconoscere i meriti anche dei nostri musei quando meritano. Magari non porterà a nulla, ma almeno ci hanno provato, si sono impegnate e non posso recriminarsi nulla.
      E poi, come tutti i progetti, è in divenire: certe cose saranno migliori e altre cose lo saranno un po’ meno, a volte scriveranno cose scontate e altre volte invece delle novità su cui riflettere.
      Penso che alcune persone (forse non molte, ma almeno io cerco di fare questo) vogliano fare qualcosa proprio per evitare l’utilizzo dei social come strilloni o bacheche in cui copia-incollare dei comunicati stampa mal scritti. Quindi le tue domande finali sono legittime e spero di poter dare il mio contributo affinché questo non accada.
      Spero di aver toccato tutti i punti che ritenevi importanti e soprattutto spero che tu voglia rimanere nella discussione con propositi costruttivi e migliorativi della situazione attuale.
      [Alessandro]

      Ps: a questo punto, penso che il caffè di cui al precedente commento sia piuttosto necessario 🙂

  2. Buondì Simone, io sarei curioso di sapere cosa pensa di programmazione front-end il pezzo di codice JavaScript non parsato che compare nell’header del tuo sito… 🙂

    • Io non faccio il programmatore, non mi spaccio per sistemista, non mi spaccio per web designer… Quindi se i prodotti altrui sono buggati la colpa non è mia, e non essendo developer non li posso correggere… Cosa che potete benissimo fare voi se ne avete la capacità, come si ragiona nelle comunità open source. Poiché li ho pagati, quando sarà scaduto l’abbonamento e avrò tempo di cambiarli lo farò.
      Poi, se i fanboy come voi perdono tempo sul bug del template di un sito internet, vuol dire che non hanno capito una ceppa secca di quello che dico, o peggio non vogliono capire, ergo non vogliono ragionare, ergo è inutile continuare a parlare… Come qualsiasi fanboy che si rispetti, ignorare è l’unica cosa da fare.

      • Va bene… torno a essere serio, sperando di avere sempre “diritto di cittadinanza” (e se, ahimé, ho perso questo diritto, me ne farò una ragione). Dici che “non ti presenti come specialista di niente” ma al secondo post stavi già enumerando le tue esperienze, i corsi che hai frequentato e le persone che conosci. E allora se non ti presenti come specialista di niente, che senso ha enumerare le tue esperienze? Dici “prima fare poi chiacchierare”, e poi sei quello che qua dentro ha scritto più di tutti gli altri messi assieme. Ma più di ogni altra cosa io trovo poco elegante il tuo ergerti a giudice dell’altrui pensiero: la dimostrazione più evidente sta nel fatto che mi etichetti come un “fanboy” quando non solo io e te non abbiamo mai parlato tra di noi, ma anche quando io stesso non ho mai espresso la mia idea circa il progetto e tu non puoi sapere se sono un “fanboy” (solo perché ho messo in evidenza il bug del tuo sito, e tu per partito preso pensi che io abbia una considerazione del progetto di cui stiamo discutendo opposta rispetto alla tua) o un critico acerrimo.

        Poi per il resto su diversi punti (quando parliamo in riferimento al progetto delle tre ragazze, perché spesso hai divagato) posso pure essere d’accordo con te (specie sul fatto che i musei più piccoli hanno bisogno di un cambio di mentalità). Ma le tue critiche aprioristiche verso un progetto partito da pochi giorni mi paiono del tutto fuori luogo. Dici in risposta a Francesca “Bisogna fare, produrre risultati: raccontateci la vostra esperienza che vi auguro caldamente essere positiva, ma poi fate”: beh, mi permetto di suggerirti allora di aspettare prima di criticare e di spronare a “fare” (credo che Francesca e le sue colleghe sappiano benissimo anche da sole che “fare” è meglio di “parlare”)… dài loro tempo di portare avanti il progetto 😉 Anche perché mi paiono ragazze dalle idee molto chiare. Dici che “vuoi vedere i risultati” e “vuoi vedere il museo che da addormentato si è svegliato”: ma che senso ha dirlo adesso, quando il progetto è appena partito? Diamo alle ragazze il tempo di svegliare i musei, e poi ne riparleremo. Il resto è costituito solo dalle chiacchiere che tanto fastidio arrecano alla tua persona.

  3. Vedi, la differenza è che io non mi presento come specialista di niente… Sono un misero archeologo disoccupato, che ha speso un sacco di soldi per saper usare le tecnologie 3D, ma non si ritiene 3D expert (nonostante un master e 3 scuole di alta formazione anche alla SNS di Pisa) e non lo scrive da nessuna parte (semmai lo lascia scrivere agli altri, bontà loro). Conosco personalmente Giorgio Taverniti, massimo esperto nazionale di SEO, conosco personalmente “Tagliaerbe”, nick di un altro grande professionista del SEO, conosco personalmente molte persone del circuito GT, conosciuto a livello internazionale: perché frequento i loro incontri (da archeologo puzzone). Ma mai troverai scritto che mi presento come web specialist, SEO specialist, social expert, e così via seguitando. Quindi che mi criticassero pure, peccato che sbagliano indirizzo, quindi aria fritta. Chi da archeologo fa un master in comunicazione ha il mio applauso, perché ha capito cosa manca alla nostra disciplina: non mi faccio insegnare comunicazione però se quel suo sapere lo applica alla moda, dove magari sarà pure espertissimo, ma tra moda e storia, insomma, qualche differenza c’è. Non s’impara ad essere divulgatori frequentando master di comunicazione, ma avendo ferree competenze nella materia, come insegnano gli scienziati divulgatori (non Giacobbo evidentemente!), più avanti di noi. Finché non si eccede nell’insulto gratuito, lo scontro d’opinioni anche greve si accetta, finché non va oltre le linee editoriali di chi gestisce la piattaforma, che rimangono sacre (io almeno ragiono così sui miei siti, ergo rispetto chi ragiona allo stesso modo sui suoi). Per me uno è “expert” quando fa qualcosa di importante a livello pubblico, io non sono un twitter expert perché gestisco i miei account twitter o perché ho lanciato 25.000 cinguettii…
    Tornando a bomba, a me interessa capire e imparare: non è che sto qui a lamentarmi come i bacchettoni che siccome non hanno avuto l’idea devono rompere quella degli altri. A me interessa comprendere come fare l’impossibile, come svegliare i musei. Allo stesso modo, piano a dire che i grandi musei nazionali vanno svegliati, perché sono fin troppo svegli, caso mai vanno diversamente amministrati, ma questa è un’altra questione. Ad essere svegliati sono tante piccole realtà che possono cambiare il nostro turismo: bene, basta teoria, facciamo pratica. Prendiamo un museo qualsiasi, facciamo un esperimento, vediamo come funziona. Se chiacchieriamo in rete solo tra di noi, ci applaudiamo, ma poi chi mette in pratica? Troppo confronto e niente azione serve a un piffero. Voglio vedere l’atto pratico, voglio vedere il museo che da addormentato s’è svegliato. Facciamo un report: se ne fanno tanti sulla fruibilità, potremmo farne uno sulla presenza in rete. Fare fare fare, studiare per fare, studiare per fare, applicarsi… Essere perché si fa, non perché si cogita. A cogitare siamo tutti bravi, a fare un po’ meno, scusa se lo risottolineo. Come si dice nel mondo dell’arte, chi non sa fare insegna… A me questo non sta bene nella cultura.
    Io sto cercando di fare un’operazione di digitalizzazione e virtualizzazione presso importanti musei, qualcosa s’è già mosso grazie all’intelligenza di chi li amministra. Perdonami, io ho smesso di parlare e ragionare (infatti il mio blog è praticamente defunto) per temi e concetti, magari banali quando pure efficaci. Vogliamo dimostrare che twitter non è uno strillone? Ok, prendiamo un account e sperimentiamo… che serve aspettare? Che serve stare lì seduti attorno a un tavolo a capire come fare? Quando l’hai capito, il social è già cambiato, e devi ricominciare a ragionare. Prendo gli account dei musei stranieri da cui si vorrebbe imparare, e per lo più sono strilloni: allora di che stiamo a parlare? Italians do it better, ricordiamocelo sempre: basta imparare dall’estero perché l’erba del vicino è più verde, facciamo qualcosa per cui siano gli altri a imparare da noi… La Dallara è un’azienda italiana di motorsport che non è andata a Indianapolis, tempio del motorsport, per imparare, ma per insegnare: e a chi all’estero gli diceva che era impossibile, loro hanno dimostrato che era possibile. Perché Italians do it better. Punto.

    • Tanto per fare un esempio pratico: tempo fa frequentai un corso con Silvano Imboden del CINECA di Bologna. Sappiamo tutti oggi cos’è il Kinect e come quella tecnologia sia stata poi implementata nella Wii, nella PS3, etc. Bene, lui mi raccontava come in Italia erano diversi i laboratori che ogni anno presentavano progetti molto simili, chiacchierando su quanto fossero più o meno precisi, come funzionassero, etc. Poi una società israeliana ha messo sul mercato il Kinect, se l’è comprato la Microsoft, ed il resto è storia nota. Ecco, quando dico prima fare poi chiacchierare, intendo proprio questo. Anni e anni di chiacchiere universitarie mi hanno imposto un nuovo modo di approcciare: sono se faccio. Voglio vedere: da archeologi non scaviamo prima di lanciare ipotesi e fare discorsi sulla storia antica? Prima vedere, poi ragionare. A me non serve la teoria o l’ennesimo post di come si progetta una campagna social, ne sono pieni i siti e i libri: voglio vedere uno che sa queste cose come le mette in pratica, come fa svegliare gli altri. Fare, studiare per fare. Dopo, chiacchieriamo, ma sui fatti, non sulle parole. Io che sono un pirla, che queste cose non le sa, vuole vedere i risultati. Quando ti presenti davanti al dirigente del museo che non sa, gli devi mostrare i risultati, non le chiacchiere o i forum di discussione. Vogliamo un account twitter da 1 milione di follower? Dai, facciamolo… dimostriamo però che quelli sono effettivi e non meri numeri, dimostriamo che si può dialogare con 1 milione di follower… Make possible the impossibile. Le chiacchiere però mangiamole a Carnevale… 🙂

    • Caro Simone,
      grazie per le risposte e i chiarimenti.
      Hai visto che alla fine siamo tornati allo stesso punto e alla stessa intenzione con cui chiudevo il post? “Come fare a far ‘fruttare’ questa iniziativa?”.
      Perché – d’accordo essere più o meno entusiasti, più o meno convinti, più o meno interessati all’iniziativa – ma alla fine si deve quagliare, o no?
      Quindi concordo con te sul “fare”.
      La scelta dei musei esteri secondo me è stata dettata solo da un dato di fatto: loro hanno dimostrato che è possibile ciò che vogliamo fare noi. Punto. Nessuna esterofilia spinta.
      Comunque, come dicevi tu, ritorniamo al punto del “fare”. Come portare dei dati su cui discutere? Come mettere in campo le nostre/altrui competenze? Ci serve un museo. Giusto?
      E come si fa? Ce ne inventiamo uno? Facciamo il giro dei musei d’Italia finché qualcuno non ci appoggia l’iniziativa (ovviamente a gratis)?
      Idea: perché alla fine di #svegliamuseo, dopo aver incamerato best practices e best cases, non proponiamo ad uno dei musei italiani che hanno partecipato di darci la possibilità di mettere in pratica questi consigli?
      Vi sembra un cosa fattibile? Oppure fantascienza e apoteosi del cippa-lippa?
      Le sterili e inutili discussioni non piacciono neanche a me, Simone (tant’è vero che mi sono chiesto chi potrebbe pagare un archeoblogger, prima che questa figura esista e prima dell’incontro di Paestum, proprio per quello).
      Dimostriamo agli altri che sappiamo farlo anche noi…anzi, dimostriamo che sappiamo farlo meglio! 🙂

      • Infatti, è proprio quello che penso e che, seppure alla Sgarbi vecchia maniera, cercavo di dire. Raccogliamo tutti i dati che vogliamo, che servono, che ci sembrano utili. Andiamo a lezione da chi pensiamo lo sappia fare bene, impariamo, studiamo. Poi? Quagliare, quagliare, quagliare. Fare, fare, fare. Per convincere il museo a darti il suo appoggio, che gli vai a dire? Abbiamo studiato il MOMA e ora vogliamo farlo con te? Prima cosa che ti rispondono: “è gratis vero”?
        Ergo? Vogliamo lanciare una campagna di crowfunding per provare a tirare su qualcosa per investire su qualche piattaforma? Ottimo. Vogliamo inventarci un museo totalmente virtuale e digitale e applicare le nostre teorie per vedere se attirano visitatori, commenti, etc.? Benissimo, vi modello l’intera struttura e ve la regalo, con tanto di luci IES.
        Quando si va alla ricerca di un finanziamento, non devi solo portare un business plan come si deve, devi dimostrare che la tua idea esiste, è fattibile: altrove li chiamano prototipi. La mia azienda vuole assumere un web specialist per proporre servizi di questo tipo: come li seleziona i candidati? Sulle chiacchiere online o suoi progetti? Io scelgo la seconda via… E siccome sai che ho veramente un’azienda, sai anche che non scherzo quando dico queste cose. Vi serve un marchio registrato che sigilli un progetto? Vi dò il mio. Facciamo, dimostriamo; fate, dimostrate. A voi interessa trovare un lavoro, a me interessa ampliare il business della mia azienda. Make it.

        PS: scusate il plurale maiestatis, non è che voglio appropriarmi di cose vostre, mi sento coinvolto, semplicemente.

      • Simone, senza nessun timore o riserva ti dico fin da ora che hai fatto benissimo ad usare il plurale. Se siamo qui, se sei in questa discussione, devi usare il plurale.
        Facciamo così: aspettiamo i risultati di #svegliamuseo, vediamo cosa ne viene fuori, studiamo i migliori; dopo di che, facciamo!
        Tutto quello che si può e tutto quello che ci pare. L’idea del museo interamente virtuale mi intriga molto e mi piacerebbe trovare un’occasione per scambiare con te idee e soluzioni. Il crowdfunding, soprattutto in quest’ultimo periodo, sembra l’ultima frontiera per tirare su denari (pensa che nel Regno Unito hanno proposto di fare crowdfunding per pagare gli stipendi agli addetti museali!). Magari si potrebbe pensare ad un’unione virtuosa delle due cose: crowdfunding per permettere la realizzazione di un museo virtuale (magari con i reperti, le tele, le sculture dei magazzini dei musei).
        Sulle chiacchiere online o sui “si potrebbe fare..” non si fa nulla né si costruisce qualcosa. Se vuoi convincere una casa automobilistica ad utilizzare il tuo nuovo cambio, devi dimostrare loro che quel cambio effettivamente funziona, non abbozzando un “fidatevi, l’ho provato a casa con mio cugino”.
        Non so se ho reso l’idea.
        Quindi, diamoci questo compito e dopo lo studio passiamo alla pratica. Quella seria.
        Grazie ancora e a presto,
        [Alessandro]

  4. Caro Simone, ti rispondo a nome di tutte e tre noi ragazze di #svegliamuseo e lo faccio solo adesso a causa dei tempi di lavoro in ufficio, sperando però di avere comunque la tua attenzione.
    Scrivo per dirti che innanzitutto ti ringraziamo per lo spirito critico: qualunque contributo, anche in negativo, è comunque ben accetto e anzi, se pensi di avere consigli per noi che siano costruttivi, ti invitiamo a scriverci a info@svegliamuseo.com, così come se vuoi contribuire a migliorare il progetto a qualsiasi titolo. #svegliamuseo è infatti sì nato da una passione personale delle sue autrici, ma è anche quotidianamente portato avanti grazie al contributo di quanti sono più competenti di noi sull’argomento musei e social media: l’abbiamo impostato come open source e il gruppo su Facebook è la dimostrazione che “molti sono meglio di uno”, o di tre. Se ti va di dargli un’occhiata vedrai che ci sono i contributi sia di professionisti della comunicazione online sia di professionisti del settore museale ed è soprattutto grazie a loro che la community che abbiamo creato è interessante e utile. O almeno così ci piace pensare!
    Da quello che hai scritto ci sembra che tu non abbia capito molto bene come funziona il progetto. Non è nelle nostre intenzioni di ergerci a giudici di nessuno nè di fornire opinioni professionali. L’idea di #svegliamuseo è venuta in maniera spontanea e disinteressata a due archeologhe che si stanno adeguando alla situazione lavorativa attuale creandosi nuovi percorsi professionali e a una appassionata di musei che lavora nei social media. Abbiamo scelto un tema che sentiamo vicino a vario titolo ma siamo consapevoli di non essere professioniste del settore (anche perché in Italia è una figura tutta da creare, come giustamente hai sottolineato); lavoriamo nel nostro tempo libero e lo facciamo meglio che possiamo, con molta serenità e contando sul fatto che in ogni caso sia meglio fare e rischiare di sbagliare piuttosto che non provare neanche. Siamo felici dei tanti riscontri positivi che il progetto sta raccogliendo, soprattutto perché testimoniano che sono molte le persone interessate all’argomento musei in Italia.
    Come hai potuto vedere sul sito, l’idea è molto semplice, stiamo contattando i musei stranieri per chiedere loro dei consigli, delle best case da utilizzare come esempio e delle best practice di gestione interna che possono essere utili ai musei italiani anche solo per meglio capire come funziona la gestione dei social in un museo che la prevede nel suo budget annuale. Il nostro obiettivo non è criticare la realtà italiana ma fornire un ulteriore punto di vista sulla situazione e soprattutto sulle sue possibili evoluzioni future. Siamo in una fase molto iniziale del progetto e speriamo sinceramente di riuscire alla fine dei tre mesi a raccontare qualcosa di positivo e a dare il nostro – seppur piccolo – contributo al mondo dei musei italiani.
    Hai citato Einstein, “se qualcosa è impossibile, falla fare a qualcuno che non sa che è impossibile e la farà”: magari è proprio la citazione giusta per noi, di sicuro ci vogliamo provare! 🙂

    • Ciao Francesca, grazie della risposta e del chiarimento. Alcune cose che scrivi non traspaiono dal vostro progetto, quindi meglio così, significa che avete le idee chiare. Purtroppo, prendere ad esempio un museo straniero significa metterlo a pari con uno italiano: un museo straniero vive per una larga percentuale di suo, in Italia ci sono musei che costano anche €100.000 l’anno e fanno poche centinaia di visitatori. Vuoi crearti una nuova professione? In bocca al lupo: sappiate però che da qui a molti anni non ci sarà spazio per investimenti di questo tipo, non finché non sarete voi a gestire il museo invece di certi nostri dirigenti.
      Per questo, il mio commento magari eccessivamente critico, si volge solo in una direzione: fare. Io non sto qui a sputare nel piatto altrui, però perdonami se ogni tanto svesto i panni del web enthusiast. Bisogna fare, produrre risultati: raccontateci la vostra esperienza che vi auguro caldamente essere positiva, ma poi fate. Dimostrate al pirla che sono io che aveva ragione Einstein. Mostratemi report che un account twitter gestito bene e come si deve porta un boost di visitatori e di interesse al museo; dimostratemi che l’incidenza dei social supera o smonta la reputazione, il brand del museo. Come dici tu, non bisogna stare a giudicare chi oggi lavora nei musei, bisogna dimostrare perché sbaglia, se sbaglia. Facciamo un report sull’uso dei social da parte delle istituzioni museali: fatevi aiutare da Marina Lo Blundo che l’ha già fatto in passato. Numeri, dati, fatti. Progetti. Fatevi pure aiutare dai musei stranieri, ma ricordate sempre che Italians do it better, e voi siete Italians. Gli stranieri hanno i soldi, bisogna fare quelle stesse cose meglio con budget inferiore se non quando nullo. Questa è la sfida: per attirare un finanziamento bisogna dimostrare di meritarselo. Per far sì che la mia azienda ti assuma come web specialist bisogna dimostrare di esserlo: coi fatti.
      Sincerely: mi sono iscritto ai vostri canali, vi seguirò. 🙂

  5. Ricordo a tutti coloro che vogliono intervenire con commenti e riflessioni in calce a questo post, che non pubblicherò più commenti senza argomentazioni valide sulla tematica. Attacchi personali e interventi fuori luogo non sono graditi.
    Grazie,
    [Alessandro]

  6. Mannaggia Ale, come si può pensarla esattamente allo stesso modo? Uno dei due è un clone dell’altro… 😀
    Quello che si può fare è creare un prototipo, una demo: come dici tu, il cambio deve funzionare, non a casa nostra, ma soprattutto in quella degli altri. Se non c’è pe ora la possibilità di sperimentare su un museo vero, allora facciamone uno noi: Eppela è il sistema di crowfunding italiano, perché non buttare giù un progetto? Raccogliere fondi per digitalizzare qualche opera, in gigapixel o in 3D, cosa che posso fare benissimo io anche al solo costo del rimborso spese (se non si tratta di andare ad Aosta s’intende 😀 ), costruire un museo virtuale che lo ospiti e che sia navigabile interattivamente. Poi inventarci dei giochi, mettere gli spazi a disposizione per eventi culturali online, progettare le campagne social, stabilire delle linee guida di analisi da portare avanti e valutare nell’arco di 6 mesi.
    Quindi, 2 mesi di progetto, 2 mesi di raccolta fondi, 2 mesi di messa in rete, 6 mesi di analisi. Un progetto di 12 mesi, durante il quale si analizzano naturalmente anche i case altrui (Italians do it better ma non è che Italians non devono studiare!). A dicembre 2014 organizzo un incontro alla Sapienza e presentiamo i risultati.
    Mi dispiace se qualcuno pensa che io sia qui per distruggere: le critiche possono apparire eccessive, ma solo perché conosco bene il mercato. Sentirmi rispondere quando dico queste cose che noi archeologi siamo incapaci e facciamo troppe chiacchiere mi rode e mi dà fastidio, quindi spingo per evitare che gli altri ci rubino il lavoro, quelli bravi con il PC ma totalmente digiuni di sapere e di cultura. Quello che posso fare ora l’ho scritto quindi rimane agli atti, chi vuole cogliere, colga. Chi vuole discutere del bug dell’header, per me non ha diritto di cittadinanza.

    P.S.: scusa per il nuovo commento, ma questo sistema a quanto pare non consente la nidificazione di un numero di risposte superiore a 3…

    • Caro Simone,
      scusami per il ritardo nella pubblicazione e nella risposta, ma oggi sono stato tutto il giorno fuori e lontano da un pc.
      E’ possibile che uno dei due sia il clone dell’altro oppure siamo squinternati allo stesso modo 😉
      Penso che la tua (nostra) valanga di idee meriti un appropriato approfondimento e una puntuale risposta. Prometto che ti scriverò una lunga email durante il fine settimana e metteremo in campo una serie di obiettivi, strategie e step da affrontare e programmare da qui ai prossimi 12 mesi 🙂
      A presto…molto presto! (e non è una minaccia 😉 )
      [Alessandro]

      Ps: non preoccuparti, vedrò di modificare le impostazioni di nidificazione dei commenti.

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