Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Chi pagherebbe un archeoblogger?

25 commenti

O meglio, chi pagherebbe un copywriter di contenuti culturali?

Il 14 novembre a Paestum all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico si svolgerà il primo incontro nazionale di blogger e si discuterà di archeologia nel web 2.0.

Ci saranno amici e conoscenti e sarà davvero un piacere incontrarsi.

Ma per non arrivare impreparati, per non ritrovarsi a parlare di aria fritta, facciamoci una domanda preventiva (e fondamentale): chi pagherebbe uno di noi per fare quello che fa su un blog?

Fonte @cataniatoday.it

Fonte @cataniatoday.it

Come ho specificato nella prima frase del post, non dovrebbe essere solo un archeologo che sa di quello che scrive, ma dovrebbe conoscere anche le basi SEO ed essere un buon copywriter. Cioè, dovrebbe essere cosciente e conoscente, dovrebbe saper scrivere e saper farsi trovare.

Quindi torniamo alla domanda iniziale: chi pagherebbe un copywriter di contenuti culturali?

Voi mi direte: “Come chi? Ma i musei, no?”.

Sì, certo. Questo in un mondo ideale.

Immagino un professionista che propone un piano di comunicazione online al direttore di un museo con il responsabile economico-finanziario in ascolto. Lui vola tra blog, social media strategy e sentiment analysis e loro se ne stanno lì ad ascoltare. Alla fine l’inevitabile domanda: “Sì, tutto bellissimo. Ma questo farà aumentare i visitatori?”.

La risposta breve: no.

La risposta lunga: non per il momento, non ora, non subito.

Quindi? Come si fa a far diventare valori anche i cosiddetti beni intangibili? Come si fa a far capire che la reputazione dell’istituzione, la percezione che il pubblico ha di essa e il rapporto tra un museo o un ente culturale e il suo pubblico è tanto importante quanto il numero di visitatori che ha?

È inutile che ci “inventiamo” una nuova figura professionale (Cultural Heritage Blogger) se non c’è nessuno disposto a pagare per il suo lavoro.

Non me ne voglia nessuno, ma l’unica persona che conosco che scrive contenuti culturali sul web ed è pagata è Marina. In realtà non è pagata per questo. Lei è inserita nell’organigramma di un museo come assistente alla vigilanza e di sua spontanea volontà (insieme ad altre volontarie/i) gestisce il blog della Soprintendenza dei Beni Archeologici della Toscana.

Qualcuno potrebbe pensare “meglio di niente”, ma non è una soluzione. E – tra parentesi – non mi sembra neanche giusto. Queste persone offrono un servizio e costituiscono un valore aggiunto per l’istituzione ma tutto questo non viene riconosciuto loro.

E se il Cultural Heritage Blogger venisse pagato da una rete?

Perché non cominciamo a far passare l’idea che un museo che comunica bene se stesso e che ha una buona presenza in rete è un bene per un intero territorio? Perché non coinvolgiamo tutti gli attori di questo territorio?

Perché non cominciamo a mostrare le potenzialità di un indotto funzionante che abbia come apri fila un museo?

Quando tutti questi elementi saranno passati e si saranno radicati con convinzione, un Cultural Heritage Blogger potrebbe essere retribuito per il suo lavoro e le sue competenze in maniera frazionata (e quindi meno impattante per i singoli enti) dal museo, dal comune, dall’unione degli albergatori, dall’unione dei ristoratori, dei commercianti e da tutti coloro che vorranno partecipare a questo circolo virtuoso.

È solo un’idea. Ma hai visto mai che sia un pezzo della soluzione?

Vogliamo “inventarci” una nuova professione? Benissimo, ci sto.

Ma prepariamoci a capire anche se il mercato del lavoro culturale ha bisogno ed è pronto ad accogliere questa nuova figura professionale, altrimenti sarà un’altra bella e vuota definizione di un mestiere che non esiste.

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25 thoughts on “Chi pagherebbe un archeoblogger?

  1. Per richiedere (pretendere???) il pagamento di un servizio o un bene è (secondo me) INDISPENSABILE che questo sia percepito come VALORE AGGIUNTO, diversamente parliamo di aria fritta…

  2. In realtà, penso che il problema sia l’assenza o la scarsa attenzione di molti musei per le strategie di comunicazione attraverso il web. In Italia è difficile pensare all’assunzione di un blogger da inserire nello staff del museo, ma questo avviene normalmente in alcuni musei stranieri per il semplice fatto che la comunicazione fa parte integrante delle loro attività e non è una semplice funzione accessoria che può esserci o non esserci… in fondo ci sono altre cose più importanti…questa è una delle risposte che mi sono state date quando ho chiesto, attraverso degli appositi questionari, a molti responsabili di musei italiani, se pensavano di utilizzare, a breve termine, la comunicazione attraverso i social networks. Ci sono cose più importanti…e ci si dimentica che la relazione con il pubblico è la cosa più importante. E il pubblico si può raggiungere in tanti modi altrettanto indispensabili, naturalmente, non solo attraverso il web, ma è chiaro che in un’era digitale come la nostra questo aspetto non si può ignorare. Parliamo pure di arretratezza di alcuni, se non molti, responsabili di musei, ed anche di una certa diffidenza per tutti quei mezzi di comunicazione, come i blog e i social media, che abbattono quel muro che finora ha diviso gli accademici dal pubblico. Prima che da noi si parli di “museo democratico” ci vorrà ancora un po’ di tempo…e per l’integrazione della figura del blogger nello staff del museo si dovrà, ugualmente, aspettare qualche anno!

    • Grazie Caterina,
      hai centrato perfettamente il punto di alcune problematiche fondamentali; prima fra tutto, la scarsa attenzione dei musei per la comunicazione online e – quindi – anche per le strategie comunicative.
      Le risposte dei responsabili museali sono piuttosto eloquenti e rivelatrici sulla mentalità che muove gli organizzatori dei musei.
      Senza dubbio si dovrà aspettare e sperare che tutto vada a buon fine, ma sarebbe bene nel frattempo riflettere su molte questioni e molti aspetti nient’affatto secondari che ha per esempio messo in luce Simone nel commento successivo.
      Continuare a lavorare ed arrivare preparati, questo è quello che possiamo e dobbiamo fare.
      Grazie ancora per il commento. A presto,
      [Alessandro]

      • Sono assolutamente d’accordo sul fatto che è necessario curare la propria formazione, il che non significa iscriversi a tutti i corsi e i master possibili, ma significa saper individuare le competenze che abbiamo bisogno di acquisire per essere professionalmente competitivi, e quindi lavorare intensamente su questo fronte. E si tratta, spesso, di competenze che la formazione universitaria non dispensa. Siamo ancora molto indietro per quanto riguarda l’adeguamento della formazione alle richieste concrete del mondo del lavoro. E questo è il primo handicap. Il secondo, lo ripeto, è l’arretratezza, in generale, del settore dei musei. Certo, ci sono le eccezioni. Un collega, in un post successivo ha citato il Mart, ma quanti sono i musei in Italia che si servono di un blogger per gestire la propria comunicazione sul web? Sarebbe interessante fare un’indagine in questo senso, ma ho già l’impressione che non siano molti! E chi gestisce le pagine sui social networks o sui blog, spesso si limita a riportare delle notizie, dei comunicati stampa, qualche volta a fare dei copia/incolla da altre pagine. Ma questo non significa essere un blogger, in questo posso solo dare pienamente ragione a Simone. In pochi, per esempio, si ispirano alla più avanzata museologia britannica, alla quale io attingo a piene mani perché è una miniera di spunti su cui discutere e riflettere, e ne propongo alcuni temi non solo sul mio blog ma anche sulle pagine dell’APM, nei vari social networks. Un blogger museale deve essere, innanzitutto, uno studioso e un ricercatore, altrimenti è un semplice copista.

      • Caterina, come al solito ad ogni commento aggiungi valore e validità ad alcuni punti di vista 🙂
        Ovviamente formarsi non vuol dire – come osservi tu – frequentare ed iscriversi a tutti i corsi presenti nella nostra nazione che trattano queste tematiche o simili, com’è anche vero che la formazione universitaria base non fornisce per ora gli strumenti necessari per questo tipo di lavoro.
        Assolutamente d’accordo (e come non potrei esserlo?) sul secondo punto: a parte alcune eccezioni, i restanti musei non ne fanno uso in maniera proficuo e intelligente, soprattutto coloro che ci provano non lo fanno con particolare cognizione di causa.
        Però – come osservava appunto Simone – è necessario fare chiarezza: se ad un blogger conoscitore del territorio, della storia del museo, delle sue collezioni, competente in materia di comunicazione culturale e formato sui rudimenti base del web, delle sue piattaforme e delle strategie di social media communication non si danno possibilità autoriali, diventerà inevitabilmente un tecnico costretto ad inserire testi inadatti scritti una volta tanto da operatori culturali poco propensi a tale pratica.
        Grazie ancora e a presto.
        [Alessandro]

  3. Partiamo dalla base iniziale: essere un blogger non significa solo saper scrivere bene in italiano, essere accattivanti, saper raccontare la storia e far capire al comune visitatore quello che il più esperto dei professionisti farebbe fatica a capire. Significa conoscere le piattaforme, saper programmare un minimo, sapersi orientare nel mondo di internet, conoscere il SEO e sapere che il SEO cambia ogni settimana, quindi studiare, studiare, studiare.
    Sotto il profilo del museo, deve essere colui che conosce la storia locale (a meno che non si tratti dei Capitolini o dei Vaticani…), che conosce bene la storia e i contenuti di quel museo, non un conoscente generico dell’archeologia. Deve anche conoscere il territorio, altrimenti cosa scriverà sul suo blog? Ha davvero senso un blog che racconta solo quello che fa il museo? Per fare questo bastano facebook e twitter, molto più immediati e di maggiore impatto sociale per la viralità “inconsapevole” che creano.
    Giusto l’appunto su Marina, aggiungerei solo che lei è da diversi anni che si occupa del tema: ci sono altre realtà in Italia di volenterosi che si sono messi in gioco in tal senso, ma la domanda sorge spontanea. Che tipologia di contenuti hanno prodotto fino ad ora? Perché chi non vuole essere blogger di se stesso, ma vuole essere pagato (e allora perché l’istituzione non dovrebbe pretendere quanto meno il patentino da giornalista pubblicista? Come fatturo la mia attività di blogger, inesistente nel mondo del fisco più di quanto non lo sia l’archeologo?), deve sapere cosa scrivere, inventarsi cosa scrivere, e non limitarsi a fare il tecnico che mette in rete le notizie che gli passano dalla direzione.
    Mio malgrado il 14 non sarò all’incontro, spero di leggere le risposte a queste ed altre riflessioni in un futuro post. 🙂

    • Grazie Simone,
      hai esplicitato egregiamente alcuni punti che io per necessaria brevità ho solo accennato.
      Oltre a saper scrivere, bisogna conoscere (strumenti informatici e storia locale) e per conoscere bisogna studiare. Non potevi usare parole migliori 🙂
      Le tue sono considerazioni interessanti e le domande che poni sono le domande che dovrebbero porsi tutti coloro che interverranno in merito alla questione.
      Sono aspetti pratici che non vanno per nulla tralasciati se non vogliamo ricadere nuovamente in una zona d’ombra normativa.
      Condivido tutte le tue perplessità e le tue domande e – seppur entusiasta di questa possibilità – vorrei affrontarla con la giusta lungimiranza e razionalità.
      Grazie di nuovo per il commento. A presto,
      [Alessandro]

      Ps: mi dispiace non poterti conoscere di persona, ma spero proprio che uno dei prossimi post possa essere sviluppato dalle tue domande 😉

      • Ti nomino mio ambasciatore alla riunione del 14… 😀
        E male che vada, io 15 e 16 sono alla BMTA in giro, sicuramente ad ArcheoVirtual… Se ci organizziamo, un caffè ce lo prendiamo sicuro! 🙂

      • Ahahaha!! Grazie Simone per l’investitura ufficiale 😉
        Sarò molto volentieri il tuo ambasciatore per il 14, però devo darti la triste notizia che il 15 e il 16 non ci sarò 😦
        Avrei voluto davvero esserci, parlare, discutere e conoscere tutti voi. Questa coincidenza di impegni e lezioni mi rammarica molto.
        Facciamo così: ti nomino a mia volta mio ambasciatore per le giornate del 15 e del 16 novembre alla BMTA! 🙂
        Grazie per l’invito e facciamo in modo che questo caffè riusciremo a prendercelo in un’altra occasione.
        A presto,
        [Alessandro]

  4. Post interessante, ma troppo pessimistico. Io mi occupo di comunicazione digitale al Mart dal 2008, e ho carta bianca. Naturalmente, é stato complicato, e ho dovuto investire di persona (nel senso anche di pagarmi da solo la formazione). Ho imparato che bisogna evitare di presentare il proprio lavoro come tecnologia, o come strumento di marketing. Su questo terreno, hai perso dall’inizio, perché ti poni su un livello a cui non é riconosciuta dignità. Non ha senso porsi in una condizione di minorità solo per orgoglio identitario.
    Peró ci sono alternative. Ad esempio si puó presentare il proprio lavoro come un modo per dare attuazione a statuti, regolamenti, mission. Resterai comunque tollerato, ma almeno vieni percepito come operatore culturale, invece che come tecnico. (Il punto criptico é “siccome riguarda i regolamenti, allora ha dignità culturale”, che é un ragionamento fallace ma tenuto in gran conto). E da quella posizione, puoi contrattaccare (“Bello, ma non sono tecnologica”; “Non é vero, ti ho vista leggere un libro”).
    Oppure, puoi spiegare che il tutto serve in realtà ad aumentare la professionalità interna dello staff e a capitalizzare investimenti già fatti ma sottoutilizzati (ed é vero).
    Poi serve anche fortuna: da due anni abbiamo una direttrice con cui tutte queste schermaglie non sono nemmeno piú necessarie perché già di suo vive nel 2013 invece che nel 1987.
    I risultati arrivano: abbiamo un web team di 8 persone, stiamo per togliere il divieto di foto, fra poco avremo il wifi senza login, i nostri curatori partecipano ad askacurator, i nostri archivisti twittano e tumblrano, la nostra fotoarchivista youtubeggia, forse avremo un wikipediano in residenza…
    Ah, poi lo stipendio é quel che é, certo.

    • Ciao lmelk,
      benvenuto e grazie per il commento.
      Lo so, non sei il primo che mi “ammonisce” di pessimismo 😉
      Il punto è che penso di trovarmi – insieme ad altre tantissime persone della mia generazione che hanno deciso di voler lavorare nei beni culturali – nella parte più buia e più in salita del tunnel, forse a questo è dovuto il mio relativamente eccessivo pessimismo.
      Le osservazioni che fai sono tutte vere e gli spunti interessanti e meritevoli di approfondimento. Anche i suggerimenti e i modi in cui approcciarsi all’apparato istituzionale di un museo sono degne di nota e dovrebbero essere diffuse maggiormente tra gli addetti ai lavori.
      Sono completamente d’accordo con te: metterla sul piano tecnologico è perdere dai blocchi di partenza.
      Poi – ovviamente e come dappertutto – serve anche quella percentuale di fortuna che completa il quadro: lavorare dal 2008 alla comunicazione digitale di un museo la dice lunga…anzi, lunghissima!
      Grazie ancora per il tuo commento e spero che deciderai di continuare a seguirmi. A presto,
      [Alessandro]

  5. Pragmatica e propositiva. Mi piace.

  6. Ottimo articolo, del tutto condivisibile. Ma, purtoppo, utopico. Mi spiego: come pensare di fare comunicazione tramite blog (o simili) e sperare di essere retribiuiti se nemmeno la pubblicazione scientifica è prevista (e finanziata) a monte dalle istituzioni pubbliche? Senza edizione scientifica non può esistere divulgazione.

    • Ciao,
      benvenuta e grazie per il commento.
      La tua obiezione è assolutamente pertinente; quello che metti in risalto tu è una parte del problema più grande: la mancanza totale della comunicazione (scientifico-specialistica o divulgativa) nei bilanci delle istituzioni culturali e museali.
      A parte alcune eccezioni con team ben strutturati (vedi commento precedente del collaboratore del Mart) che si occupano di comunicazione e social media, i musei o non ne fanno uso (non vedendone o capendone le potenzialità) o usano male e in malo modo gli strumenti web a disposizione (come nota giustamente Caterina).
      Comunque grazie per la tua riflessione. A presto,
      [Alessandro]

  7. Attualmente mi verrebbe da dire nessuno ma il mio sentore è che sia il momento giusto per far percepire il bisogno e dimostrare quale valore possano apportare le figure professionali e i servizi di cui parli.
    Di recente qui a Lecce noto un certo interesse da parte di alcuni direttori e responsabili di musei verso queste tematiche. Seppur siano una piccolissima minoranza, ritengo che la creazione di un lembo di terreno pronto alla semina sia il primo investimento da fare. Non penso di sbagliarmi se dico che ciò stia avvenendo anche grazie a un gran proliferare di “laboratori dal Basso” (google It!) di comunicazione e social media strategy per la cultura organizzati da noi che siamo “nel tunnel”. (Luca Melchionna ne sa qualcosa e quando si parla di questi argomenti è illuminante nonché un gran motivatore 😉 per giovani nel tunnel)
    Partire quindi dalla creazione di una base informativa che già dall’inizio sgombri il campo dalla visione degli strumenti digitali come catalizzatori di per sé di visitatori, a prescindere dalla strategia generale del museo.
    In secondo luogo, creato o meglio, fatto percepire il bisogno, si tratterà di trovare il modo per agire e dribblare il fatto che anche il più illuminato tra i direttori e co., sosterrà di non avere i mezzi. D’altronde chi potrebbe dargli torto soprattutto nel caso di piccoli musei di provincia che non hanno nemmeno le figure professionali base? La soluzione non so quale sia ma sicuramente ritengo improbabile attendere che qualcuno si svegli la mattina con l’idea di assumere un blogger o un social media strategist.
    E allora, precariato per precariato, perché non fare quello che sappiamo fare meglio? Cosa? Trovare soluzioni di “finanza creativa” e cercare di schivare i problemi. Nel caso della mia associazione abbiamo partecipato a un bando della Regione destinato ai giovani e, grazie al finanziamento ottenuto, riusciremo a offrire ai musei questi servizi. Sia chiaro che alla fine il nostro lavoro non sarà quasi per niente retribuito ma, piuttosto che attendere una possibilità o fare per un anno qualsiasi altro lavoro precario o sottopagato, facciamo un investimento mettendo come quota la nostra professionalità e il nostro lavoro, con la possibilità di sbagliare e testare quelli che in seguito dovrebbero diventare servizi a pagamento. Servizi che potrebbero essere proposti, come anche tu prospetti, non al singolo museo ma ad una rete di musei e istituzioni, e affiancati da altri (marketing culturale, fund raising, progettazione, audience development ecc.) all’interno di un’offerta complessiva orientata a supportare la sostenibilità generale dei musei e quindi, L. Melchionna docet, a realizzare la loro mission sociale.
    Questa non è la soluzione, ma una soluzione possibile quella che abbiamo trovato noi. Sul funzionamento o meno, vi teniamo aggiornati.

    • Grazie Chiara,
      per il commento e l’interessante riflessione.
      Hai ragione quando dici che non bisogna sperare che qualche responsabile museale si svegli e decida di assumere o avvalersi di una figura professionale di questo tipo, ma va “preparato il campo”.
      Conosco la vostra iniziativa e attività e sono convinto che andrà bene e riuscirete nel vostro intento. Certo, è un’investimento, ma come si fa ad ottenere qualcosa di nuovo e di appagante senza un po’ di rischio e di investimenti personali e professionali?
      Quindi in bocca al lupo a voi e alla vostra idea, con la speranza che possiate essere solo l’inizio, che possiate diventare l’incubatore anche per altre realtà simili alla vostra.
      Dici bene: questa non è LA soluzione, ma UNA soluzione che avete trovato voi. Tienici aggiornati.
      Grazie ancora e a presto.
      [Alessandro]

  8. Finalmente riesco a leggere questo post con calma (e tutta l’interessante discussione che ne è nata!). Io ho due considerazioni/proposte al riguardo.

    1. La prima è in parte una ripresa di quello che è stato già detto. Il blogger deve produrre contenuti e in particolare il blogger del museo ha un vantaggio incredibile: ha un’intera collezione da cui trarre contenuti. Post/video/foto/brevi news sui vari ‘pezzi’, brevi post di curiosità, piccole riflessioni a margine di eventi/incontri, spunti dati dalla vita quotidiana del museo oltre che dall’attualità… C’è una miriade di contenuti da creare, senza neanche troppo sforzo se non quello dell’immaginazione e dell’impegno costante. Perchè creare engagement si può, ma bisogna usare testa e cuore.

    2. Secondo, mi piace l’idea di una ‘rete’ di istituzioni che ingaggi il blogger, e ci sono alcune esperienze pilota in Italia in quel senso – anche se incentrate su ‘eventi’ in cui i blogger venivano chiamati a produrre contenuti. Ma negli ultimi anni stanno nascendo reti, a livello provinciale e anche su territori più ristretti, di musei che hanno patrimoni comuni o cmq insistono su un territorio dalla stessa storia. Perchè non tentare quella strada anche nel blogging culturale? Il blogger che opera/promuove/crea per diversi musei, che si riconoscono in una vocazione comune. L’esperienza di Chiara e le altre ragazze della sua associazione va in quel senso.

    La rete, comunque la si interpreti, nella realtà virtuale o reale, locale, è la strada vincente.

    Coraggio!

    • Ciao Domenica,
      grazie per il commento e per l’attenzione.
      Sono assolutamente d’accordo con te sul primo punto: il museo, le sue collezioni, il lavoro degli operatori sono una fonte inestimabile di contenuti ad alto “appeal and engagement”.
      Anche a me piace molto l’idea di una rete ben organizzata e motivata, so che ci sono delle iniziative locali e territoriali in cui si cerca di fare sistema anche in questo modo. Diverse regioni o compartimenti turistici hanno provato la strada dei blogger come veicoli promozionali con più o meno successo a seconda della strategia che c’era dietro all’evento in sé.
      L’esempio di Chiara e della sua associazione dimostra cosa si può fare e cosa si deve fare se si vogliono cambiare le carte in tavola.
      Provando a metter su una primordiale rete online, speriamo un giorno di farla diventare reale, virtuosa e funzionante 🙂
      Grazie ancora per le considerazioni. A presto,
      [Alessandro]

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