Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Partita IVA e archeologia: la resa dei conti

16 commenti

«Vuoi aprire una partita IVA? Guarda che non ti conviene! Io ce l’ho, ma tra Inps, assicurazione, corsi sulla sicurezza in cantiere, commercialista, pagamenti a 60-90-120 giorni, materiali…e se non lavori almeno 10 mesi all’anno non ci stai dentro con le spese. D’altronde, di questi tempi, sembra l’unico modo per poter lavorare».

Queste sono le frasi-tipo che ci si trova davanti quando si manifesta a qualcuno del settore l’idea di aprire una partita IVA per iniziare l’attività di archeologo libero professionista.

Oggi ricorre l’anniversario della mia disoccupazione, del momento in cui sono stato messo di fronte al bivio: «se apri la partita IVA, ci potrebbe essere la possibilità che la nostra collaborazione vada avanti…forse…più o meno…insomma…può darsi…vedremo».

Fonte @liberoquotidiano.it

Fonte @liberoquotidiano.it

Ho scelto di non aprire la partita IVA, di ‘resistere’ alla logica del lavoro dipendente mascherato da libero professionismo, che tanto “vuoi che non si trovi qualcos’altro nel frattempo?”, pensavo. “No, non si trova”, mi rispondo oggi. A questo punto, a distanza di un anno, mi sembrano doverose delle riflessioni.

Ho davvero fatto la scelta giusta? Quale risultato ho conseguito?

Né partita IVA né lavoro dipendente (anche per lavorare con un’agenzia immobiliare mi hanno chiesto la partita IVA!).

Posso andare avanti così? No, ovviamente.

È possibile, anzi, è giusto doversi trovare a scegliere tra gli stenti per rimanere al di sopra di un’ipotetica linea di galleggiamento economica e il lavoro? Che poi, il semplice fatto di aprire una partita IVA non ti dà magicamente accesso al mondo del lavoro…magari!

«Fidati, è una guerra tra poveri, si gioca ad un indecente ribasso…che poi vuoi mettere lo svilimento personale e professionale! Finché ci sarà gente che si piega alla dittatura delle cooperative…», questa è la seconda parte delle frasi-tipo che si ascoltano.

È possibile, anzi, è giusto dover scegliere tra lo svilimento della propria professionalità e il lavoro?

Io queste domande – e molte altre – me le faccio continuamente, ogni giorno. E non so darmi una risposta. Forse perché una risposta non c’è o forse perché ce ne sono molte.

Quindi la domanda è sempre la stessa: a queste condizioni, in queste condizioni, con queste condizioni è possibile vivere di archeologia?

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16 thoughts on “Partita IVA e archeologia: la resa dei conti

  1. Tristemente realistica come analisi e grazie per la condivisione. Abbiamo segnalato il post sui social network di Professione Archeologo 🙂

  2. Sono d’accordo, anche se la guardo con l’occhio dell’archivista (un mondo non troppo diverso comunque!)
    Come sempre Ale un post perfettamente centrato e senza troppi peli sulla lingua!

    Vorrei aggiungere solo un mio pensiero personale: quello che secondo me ci caratterizza in Italia (ed emerge dalle frasi tipiche che citi nel post e che ho sentito tante volte anch’io!) è un atteggiamento di paura e di rassegnazione che non può in alcun modo far bene.
    Intendiamoci, non sto dicendo che la situazione non sia grave (per usare un eufemismo) per chi lavora – o spera di lavorare – nel mondo variegato dei beni culturali.
    Ma alla gravità oggettiva della situazione che ci circonda si aggiunge molto spesso da parte delle persone anche un diffuso fatalismo, una visione cupa e pessimista del presente e del futuro che non può aiutare a trovare soluzioni!
    Scegliamo di vedere rosa e che di fronte a noi ci siano tante possibilità… e le troveremo! (mai sentito parlare della Legge d’Attrazione? 😛 )

  3. Argomento interessante ed importante. Ho avuto un’esperienza in qualche modo simile.
    La partita iva si è diffusa in modo abnorme. Al di là del settore archeologico.
    Vorrei porre l’attenzione su un grafico:

    L’Italia ha un numero pressoché doppio di lavoratori indipendenti rispetto ai paesi più ricchi. Anche rispetto ai paesi noti per essere la culla del liberismo, dell’niziativa privata. C’è qualcosa di anomalo… vista la compagnia…

  4. Mi viene da chiedere:
    1) Quante lingue parli fluentemente?
    2) Mai provato a lavorare per un po’ di tempo all’estero? O quantomeno guardato come sono trattati gli archeologi in altre nazioni?
    3) A quanta gente hai già fatto le scarpe prima di ritrovarti in cotal situazione?

    Mi dispiace che il mio paese sia ridotto così male e vorrei che si riprendesse, ma da quassù ( vivo all’estero ormai dal 2007) vedo solamente ulteriori sprofondamenti e solo tante lamentele, sempre del solito tipo.
    Con i se è con i ma non si è mai fatto nulla di concreto.
    Ho lavorato con P IVA per 10 anni e non è mai stata una pacchia prima, non vedo come possa essere meglio oggi.
    Fare domande e non trovare risposte significa una sola cosa: stai solo girando in cerchio e non stai facendo la domanda giusta.
    Ci saranno sempre ostacoli e difficoltà da superare. E ci sono sempre delle alternative.
    Per esempio: immagino che non ci siano così tanti archeologi professionisti, ne’ in Italia n’è’ tanto meno nel mondo. Se sbaglio correggimi.
    Ma se è così, invece di accoltellarvi per un piatto di lenticchie, perché non riuscite a raggrupparvi e iniziare a dettar legge? Dire NO a volte è segno di forza!
    Cercate di dire NO a chi vi vuole con P IVA a fare un lavoro da dipendente.
    A quanto vedo non avete più niente da perdere…

    • Caro Emilio,
      innanzitutto grazie per aver deciso di commentare.
      Il punto numero 3 mi ha fatto senza dubbio sorridere, ma con la solita punta di amaro perché non è una situazione solo mia, non ho fatto le scarpe a nessuno, ci sono tantissime persone nella mia stessa situazione. Questa è una parte del dramma.
      Ho rivolto le mie attenzioni e le mie ricerche anche all’estero – ovviamente – ma il problema del precariato archeologico e della sempre più frequente sostituzione dei professionisti con volontari è una criticità anche di molte altre nazioni.
      Non ho scritto questo post per lamentarmi sterilmente di una situazione, ho solo espresso delle riflessioni e dei pensieri che mi ritrovo a fare da solo e con altri colleghi/e. E’ scontato che se mi sono posto determinate domande è proprio perché la situazione voglio cambiarla, voglio assumermi i miei rischi e le mie responsabilità.
      Forse – come dici tu – non mi sto facendo la domanda giusta. E’ un’ulteriore questione su cui cercherò di impegnarmi e per cui cercherò di trovare una soluzione, una risposta.
      Il problema di fondo, come più volte detto, è il sistema. In un Paese come l’Italia tutti gli operatori dei beni culturali dovrebbero essere a vario titolo impegnati nella ricerca, nella tutela, nella valorizzazione del patrimonio culturale nazionale. Ci sono delle associazioni professionali ma non c’è un albo professionale. La nostra professione, oltre a non avere un tariffario, non è neanche definita e determinata istituzionalmente dallo Stato!
      Capisci quanto la situazione sia complessa, spinosa e ingarbugliata.
      Non sapendo “chi può fare cosa”, quasi tutti sono autorizzati a farlo e questo fornisce un serbatoio praticamente inesauribile per le ditte private senza troppi scrupoli. Viene da sé la difficoltà di “fare quadrato”, di “incrociare le braccia” e far rendere conto al Paese e alle istituzioni quanto sia importante il nostro lavoro (come tra l’altro provarono a fare gli operatori davanti al Colosseo qualche tempo fa).
      Il tentativo delle associazioni è significativo ma è come svuotare il mare con un cucchiaino.
      Spero di aver risposto ai tuoi dubbi e alle tue perplessità e spero anche di averti dato un altro piccolo scorcio del “nostro” mondo e della nostra situazione.
      A presto,

      Alessandro

  5. Ogni laureato del nostro settore si scontra con questa realtà. Nonostante negli ultimi anni si sia cercato di portare il problema alla luce e di farlo conoscere anche attraverso i media, dopo una breve uscita alla ribalta, tutto torna inevitabilmente come prima, nell’indifferenza generale e, fatto ancora più grave, delle istituzioni. Possibile che non si riesca a trovare una soluzione per rendere il lavoro degli archeologi, in particolare, ma di tutto il comparto della cultura, più in generale, un qualcosa di dignitoso e non uno sfruttamento? E’ giusto parlarne sempre, senza stancarsi e senza cadere nella tentazione della rassegnazione.

    • Hai ragione, Caterina.
      Dopo un breve momento “di gloria”, la questione è sparita sia dall’orizzonte popolare sia dai tavoli istituzionali.
      Non cadere nella rassegnazione richiede uno sforzo e un esercizio quotidiano che ho fatto e che continuerò a fare.
      Oltre a parlarne, a ricordarlo, a tener viva la questione vorrei anche capire, vorrei trovare un modo per smuovere questa situazione.
      Non voglio – non vorrei – lasciar perdere. Allora che fare?
      Ce la metterò tutta e spero di scoprirlo presto.
      A presto,

      Alessandro

  6. Ciao Alessandro,
    anch’io, come altri, mi trovo nela tua stessa posizione e ogni giorno mi faccio le stesse domanda.
    Personalmente credo che oggi non si possa vivere di archeologia, almeno per quanto riguarda l’attività di scavo.
    La cosa più brutta è che in questo paese a nessuno, tranne gli operatori culturali e qualche amante della cultura, importa niente del nostro patrimonio, si limitano solo a parlare della cultura come il nostro “petrolio”, ma nella pratica non fanno niente. Viviamo come il resto del Paese di promesse, promesse di fondi, valorizzazione, tutela, ricerca, riconoscimento della professione,etc, ma niente sembra cambiare, a volte anche a causa degli stessi professionisti culturali e ciò mi dispiace. Purtroppo in questa situazione è facile svilirsi e lasciarsi andare allo sconforto, ma cerchiamo di resistere.

    • Scusate per gli errori di battitura.

    • Ciao Chiara
      e benvenuta. Grazie anche per aver deciso di commentare.
      Hai ragione, viviamo di promesse, di frasi fatte e a volte gli operatori culturali riescono anche ad essere vittime di loro stessi.
      I beni culturali purtroppo non sono mai stati trattati in Italia come qualcosa di eccezionale, da valorizzare e da proteggere perché storicamente siamo troppo abituati a viverli e a conviverci quotidianamente, nelle città, nei paesi, nei quartieri.
      Poi non siamo stati istituzionalmente in grado di fare il salto di qualità e di gestirli come un prodotto in grado di produrre sviluppo, ricerca e risorse economiche.
      Cerchiamo di non demordere! A presto,

      Alessandro

  7. La partita IVA in regime dei superminimi è una pacchia assoluta: tassazione abbattuta al 5%, nessuna spesa di apertura o mantenimento, nessuna necessità di avere un commercialista, contributi pensionistici. In pratica, possibilità per gli under 35 di essere competitivi sul mercato del lavoro.
    A) sperare in un posto da dipendente è sempre folle secondo me: scommetti sul fatto che altre aziende vadano bene, ma intanto più di un contratto a tempo determinato non lo puoi avere. Tanto vale che ti apri una tua società e scommetti in questo modo, che puntare a vivere sulle spalle degli altri (quelli che si devono smazzare il deretano di trovare lavoro insomma).
    B) gli archeologi non sono tutelati, sono spesso sfruttati, sottopagati quando pagati, e così via dicendo. Troppo pochi per quando ci sarebbe da fare, troppissimi per lo stato della legge italiana e dell’amministrazione del patrimonio pubblico, sul quale bisognerebbe aprire una rilfessione prima di ragionare sul perché non c’è lavoro.

    Per chiudere, te lo dice uno che è amministratore di società e proprietario di partita IVA, che fin’ora ha speso per lavorare invece di incassare…

    • Caro Simone,
      aspettavo con ansia un tuo commento 🙂
      Gli elementi che hai sollevato sono tutti fattori che nelle mie personali considerazioni sono stati analizzati.
      Meritano di essere detti ed è giusto che vengano considerati.
      Però avanzo una sorta di provocazione: ammettiamo di “cavalcare l’onda” dei superminimi fino ai 35 anni. E poi? Siamo punto e a capo. Come hai detto tu, dovremmo cominciare a pagare per lavorare.
      Ovviamente non è un alibi, non è fasciarsi la testa prima di cadere.
      Volevo semplicemente sapere come la pensavi e cosa pensavi.
      Come abbiamo provato a fare altre volte, sul perché non c’è lavoro e come viene gestito e amministrato il nostro patrimonio e tutto il sistema, sappiamo che ci servirebbero fiumi di megabyte e pagine web.

      A presto,

      Alessandro

      • Però se cavalchi l’onda e sei un buon surfista, a 35 anni hai un CV di rispetto che diventa difficile far finta che non esista. Tanto per i concorsi quanto per le collaborazioni: il problema è sempre a monte, i BB.CC. sono in mano a persone che conosciamo bene, i quali li trattano come sappiamo bene, etc. etc. etc. E magari la partita IVA te la puoi permettere anche intera, o forse ti assumono e ti va ancora meglio. Purtroppo il perché in Italia si è creato l’esercito delle partite IVA è cosa nota e viene da molto lontano…

      • Hai ragione. I problemi, le gestioni e le motivazioni le conosciamo molto bene.
        Quella di “cavalcare l’onda” potrebbe essere una via; come dici tu, se te la sai giocare ti ritroverai con tanti lavori eseguiti, un buon portfolio, un cv autorevole e hai visto mai che qualcosa cambi?
        E’ un’alternativa…e un’idea.
        Grazie per il tuo commento. A presto,
        [Alessandro]

  8. Quoto il tuo post al 100%… io ho raggiunto il massimo dello sconforto e ho abbandonato le speranze!

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