Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

9 thoughts on “#no18maggio: Salviamo Sansone e tutti i Filistei!

  1. E mi trovo molto d’accordo con ciò che scrivi. È vero, mi fa notare qualcuno, che il 18 maggio i volontari faranno i custodi, avranno il compito di tenere le aree aperte, non vengono chiamati a studiare o documentare l’archeologia. Ma è anche vero che, finché si continueranno a programmare queste giornate eccezionali, in cui si apriranno “straordinariamente” i luoghi della cultura, si permarrà nella non volontarietà di trovare le risorse giuste per assumere personale ad hoc. Invece di tenere aperti tutti i giorni musei che fanno 1 visitatore l’anno, teniamoli aperti 1-2 giorni a settimana e dirottiamo quelle risorse altrove. Oggi invece sembra sempre più che l’unico modo per visitare alcuni posti siano le giornate FAI e quelle dei volontari. Per carità, una tantum va pure bene e bisogna anche ringraziarli, ma se questo diventa un sistema per non assumere, se questo diventa un modo di fare le cose, allora c’è da chiedersi se nella Costituzione c’è scritto che “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” oppure se “L’Italia è una Repubblica fondata sul volontariato”. Perché mi pare che nel settore dei BB.CC. resista e si alimenti il malvezzo per cui in fin dei conti, tutti possono fare tutto e idioti quelli che passano 10-12 anni della loro vita dentro le Università per una formazione completa e professionale.

    • E’ proprio quello su cui volevo porre maggiore attenzione. D’accordo una tantum, d’accordo in occasioni “eccezionali” (quali sono le occasioni eccezionali? Come si definisce la loro eccezionalità? Mah…) ma la tua impressione è diventata una mia convinzione, cioè che nei Beni Culturali “resista e si alimenti il malvezzo per cui in fin dei conti, tutti possono fare tutto e idioti quelli che passano 10-12 anni della loro vita dentro le Università per una formazione completa e professionale”.
      Per cui se non si approfitta di iniziative come queste per denunciare il problema ed il malfunzionamento, non cambierà mai nulla e perderemmo anche il diritto di lamentarcene.
      Grazie Simone per il tuo commento.
      [Ale]

  2. Forse il mio commento é inutile, perché sono pienamente d’accordo con te Alessandro. E non è una novità ; ). Mi addolora che proprio da un’esperta del settore sia venuta questa critica. Protestare, cogliere l’occasione di una campagna sbagliata del MIBAC per rivendicare una volta ancora i nostri diritti, il nostro esistere, non è essere impulsivi. Se non ti fai sentire non esisti. Se non usi i media non esisti. Non siamo noi ad aver creato queste condizioni Se qualcuno al Ministero ha usato a sproposito i social media e noi abbiamo colto l’occasione forse la “colpa” non è della nostra frustrazione bensì della leggerezza altrui. Ma il problema è un altro, ancora una volta non hanno capito che non stiamo solo rivendicando il diritto al lavoro “per noi” ma vogliamo soprattutto che con noi e attraverso le nostre richieste il Paese si riappropri della sua Storia e anche del Valore economico che questo, di fatto, costituisce per restituirli ai Cittadini tutti. Comunque, per la cronaca, questo è il momento meno lavorativamente frustrante della mia vita, ma non è un buon motivo per perdere di vista le proprie convinzioni ed i propri ideali. Chissà se a chi si batteva per la sanità pubblica hanno mai fatto notare che tanto c’erano le dame di caritá ad aiutarli…chissá.

    • Paola, i tuoi commenti (come quelli di tutti gli altri) sono sempre e comunque importanti.
      Penso che ora una delle nostre priorità sia quella a cui hai accennato tu: spingere affinché si capisca che non abbiamo a cuore solo il “nostro” lavoro ma che il nostro fine ultimo è la restituzione d’importanza alla cultura con tutto ciò che ne consegue e con tutti i possibili ritorni economici, sociali e occupazionali.
      Penso anche che possiamo prendere in prestito una parte del tuo commento per farne un motto: non è importante quale sia la tua situazione lavorativa e occupazionale, “non è un buon motivo per perdere di vista le proprie convinzioni e i propri ideali”. 🙂
      Grazie per il commento.
      [Ale]

    • Caterina, grazie per la celere contro-risposta al mio intervento. Sono convinto che ogni sana discussione possa e debba giovarsi dei punti di vista diversi (non per forza contrastanti) per crescere, maturare e prendere forma.
      Apro queste mie considerazioni ribadendo di nuovo che non sono assolutamente contrario al volontariato e all’azione dei volontari nel settore culturale, così come l’hashtag #no18maggio non si oppone alla manifestazione perché i volontari “ci rubano il lavoro”, ma nel modo in cui l’iniziativa (e la sua organizzazione) è stata gestita dal MiBAC.
      “La protesta dei professionisti precari dei beni culturali, sacrosanta, nei confronti non dei volontari in quanto tali, ma dell’ennesima dimostrazione di arroganza miope di un Ministero incapace di ribellarsi alla propria conclamata irrilevanza politica” (Maria Pia Guermandi su “Nessun dorma” de l’Unità – http://nessundorma.comunita.unita.it/2013/05/15/la-notte-del-mibac/).
      Poi riflettevo su un altro punto (e spero di spiegarmi bene utilizzando le parole giuste perché ho un gran ‘minestrone’ in testa): in un mercato del lavoro (nel settore culturale) come quello che abbiamo di fronte oggi e in una società ‘liquida’ – espressione cara al sociologo polacco Zygmunt Bauman – come quella moderna, c’è davvero spazio per le funzioni lavorative come compartimenti stagni? Perché se l’archeologo può lavorare solo come direttore di museo, curatore di una sezione archeologica, docente universitario, ricercatore universitario o archeologo professionista, si salvi chi può! Cinque sbocchi professionali per centinaia di migliaia di laureati.
      Se il Ministero in un concorso pubblico esige dai suoi candidati un profilo professionale altamente specializzato, perché io archeologo specializzato e conforme a quel profilo non posso svolgere quella funzione? Lo so, non è quello per cui ho studiato, non è quello che un archeologo faceva 15 anni fa, ma è una possibilità, uno sbocco lavorativo nel settore professionale che mi sono scelto.
      Con questo non voglio dire – come giustamente notavi tu – che qualsiasi lavoro o funzione svolta in un museo debba essere rivendicata da noi archeologi. Ritorniamo sempre allo stesso punto: se il MiBAC per l’assunzione degli assistenti alla vigilanza avesse inserito come unico requisito il diploma di studi superiori, nessuno si sarebbe lamentato o rivoltato in quest’occasione. Ma se tu Ministero mi vuoi così altamente specializzato, allora quello – per me archeologo altamente specializzato – diventa uno sbocco lavorativo.
      Certo, noi siamo archeologi. Vorremo fare quello per cui abbiamo studiato per tanti anni. Ma, in definitiva, cosa fa un archeologo oggi? Perché l’unica cosa che vorrei evitare – ma che invece sembra stia avvicinandosi inesorabilmente – è che tutti possano fare il lavoro dell’archeologo ma che l’archeologo debba fare solo il suo lavoro.
      Rifacendomi a quello che scrivevi tu, è proprio al MiBAC che la protesta ha voluto rivolgere il suo indirizzo, alla sua gestione dell’iniziativa e alla sua goffa ‘reazione’ di fronte alle proteste in aumento.
      Ma ora veniamo alle ammissioni.
      Hai ragione, ci sono state occasioni molto più eclatanti e riprovevoli per far nascere una protesta di questo tipo, per scatenare un putiferio degno di questo nome. Però – come la storia a volte ci insegna – non si può decidere quando le cose devono accadere, a volte accadono e basta. Forse questo era il momento per scatenare la frustrazione e la ‘disperazione’ di una fetta molto ampia dei professionisti dei beni culturali che ha visto in questa reazione del Ministero un ennesimo smacco (non il più grave, ma l’ennesimo) dopo cui non ha voluto più tacere.
      Certo, gli episodi che citavi tu sono sicuramente molto più gravi di quello di cui stiamo discutendo in questi giorni, ma se fossimo rimasti in silenzio anche questa volta quale altra avventata iniziativa ci saremmo dovuti aspettare? Come avremmo potuto avere il diritto di protestare contro lo stato del settore culturale italiano?
      Per concludere, non penso che la maggior parte di noi non abbia chiaro quali siano i problemi della professione; anzi, li conosce fin troppo bene ed è per questo – non per ‘accontentarsi’ – che vista la situazione e la condizione del comparto della cultura in Italia faccia di tutto (anche il custode) affinché possa vivere di cultura.
      Sperando di avere alimentato positivamente la discussione ed il confronto, ti saluto caramente.

      Alessandro

      “[…] non stiamo solo rivendicando il diritto al lavoro “per noi” ma vogliamo soprattutto che con noi e attraverso le nostre richieste il Paese si riappropri della sua Storia e anche del Valore economico che questo, di fatto, costituisce per restituirli ai Cittadini tutti” – P. Romi, commenti a “Le parole in Archeologia”.

      • Caro Alessandro, è un piacere avere l’opportunità di discutere questi temi così importanti che purtroppo spesso sono ignorati dall’opinione pubblica. Questo è anche il motivo per cui sono dispiaciuta che queste energie siano state bruciate per una occasione che a mio parere non riuscirà a mettere in evidenza i problemi reali della nostra professione e che, come ho già scritto, potrebbe dimostrarsi fuorviante per i media e per il pubblico in generale.
        In questi giorni mi è capitato di leggere alcuni articoli postati su blog o sui giornali locali in cui l’appello del MiBAC è interpretato da tutti come rivolto ai professionisti che sarebbero stati invitati a prestare il proprio lavoro gratuitamente. Non è così, perché il MiBAC si è rivolto alle associazioni di volontariato e non ha certo indetto un bando per chiamare archeologi, storici dell’arte, ecc., a prestare la propria opera a titolo volontario e gratuito. Questo il testo dell’appello del 23 aprile: «Apriamo alla collaborazione del mondo del volontariato per migliorare la fruizione del patrimonio culturale durante la Notte dei Musei 2013. Per maggiori dettagli potete chiamare al numero di tel. 06/67232197». Non si cercano professionisti e questo è il punto. Come poter innestare una protesta efficace su un comunicato che, in concreto, non richiede alcuna prestazione professionale altamente specializzata? Il ricorso ai volontari in queste occasioni, continuo a ripeterlo, è una consuetudine che non scandalizza nessuno in ogni parte del globo. Ho fatto una ricerca su internet in inglese e, se non mi è sfuggito qualcosa (potrebbe anche essere naturalmente), non ho trovato casi di contrasto tra volontari e professionisti in altre parti del mondo. Probabilmente perché compiti e competenze sono ben chiare e distinte.
        Nessuno impedisce a uno studente di archeologia o anche ad un neo-laureato di fare un po’ di esperienza mediante il volontariato, anzi, in alcuni casi può anche essere una opportunità formativa interessante, ma questo non vuol dire farsi sfruttare. Lo diventa se il laureato, una volta acquisita coscienza della sua professionalità continua a prestare la propria opera gratuitamente. Ma questa, allora, è una responsabilità personale.
        Credo che siano molto più diffusi e molto più gravi, piuttosto, i casi di archeologi sfruttati, questo sì che è un termine che si può usare, da cooperative che sottopagano i propri collaboratori o che talvolta si dimenticano perfino di remunerarli. Questo non è volontariato, è sfruttamento del lavoro professionale, ed è contro queste realtà che bisogna reagire con forza, per esempio cercando di organizzarsi sindacalmente, dato che, se non mi sbaglio, per ora il lavoro dell’archeologo nei cantieri di scavo è regolato dalle norme che riguardano il comparto edile, e forse bisognerebbe pensare a proteggere la categoria con norme più specifiche e adeguate. E se ci fosse una tutela sindacale specifica si potrebbe anche impedire alle associazioni di volontariato archeologico di svolgere compiti che esulano dagli ambiti del puro volontariato e che sottraggono occasioni di lavoro ai professionisti.
        Tutto questo per sottolineare che la questione degli archeologi è molto complessa e non può essere banalizzata con un slogan sbagliato che penalizza ulteriormente la dignità della nostra professione, paragonandola a occupazioni molto meno specializzate. Non si tratta di creare dei “compartimenti stagni”, ma di definire correttamente il ruolo e le competenze di un archeologo. Faccio un esempio: un medico se vuole, per necessità o per stravaganza, può anche fare il portantino, ma ciò non significa che questa “anomalia” determini un’estensione delle funzioni del medico alle pulizie degli ambulatori, che diventano conseguentemente un compito suo di diritto. Questo non significa essere “elastici”, vuol dire creare il caos.
        E chi scrive è una persona che ha vissuto il disagio essere stata sottostimata per la propria professione, sentendosi dire perfino da un sindaco che “quella dell’archeologo è una professione curiosa”. Puoi ben immaginare se io non sono indignata quanto voi per la poca stima che circonda la nostra categoria. Proprio per questo considero #no18maggio un’occasione sprecata in cui non c’è stata ponderazione ed è mancata una vera pianificazione che lanciasse una protesta comprensibile e capace di colpire nel segno. A me è sembrato che sia prevalsa soprattutto l’emotività e forse anche un po’ di improvvisazione. Una protesta incisiva necessita di altre premesse e, soprattutto, la circostanza in cui svolgerla deve essere scelta con la massima cura perché sarà questa a caratterizzare il movimento di protesta. Per me #no18maggio continua ad essere una scelta infelice e non un’occasione colta al volo.
        Se vogliamo davvero che “il Paese si riappropri della sua Storia e anche del Valore economico che questo, di fatto, costituisce per restituirli ai Cittadini tutti”, non possiamo impedire che i volontari offrano il loro contributo soprattutto in queste occasioni, proprio perché la cultura deve essere partecipativa. E i musei, se non hanno bisogno di dieci custodi perché durante il resto dell’anno possono conteggiare solo un numero esiguo di visitatori, devono per forza ricorrere ai volontari in occasioni straordinarie.
        E’ necessario un maggior controllo istituzionale questo sì, perché, all’opposto, è inammissibile che musei che hanno due visitatori al giorno, abbiano uno staff di 20 custodi, come è stato messo in rilievo dalla stampa riguardo il caso dei musei della Regione Sicilia, nel 2011. A volte il ricorso ai volontari, quindi, rappresenta anche un risparmio di denaro pubblico. Si può obiettare, invece, quando musei di una certa importanza (chiaramente non mi riferisco ai piccoli musei civici o ai musei privati) utilizzano continuativamente i volontari, ma qui si entra in questioni che riguardano la gestione dei musei che sono troppo complesse per poter essere affrontate in poche battute. In questi giorni ho letto affermazioni estreme quali: “se i musei non possono assumere personale (riferendosi alla Notte dei Musei!) allora che restino chiusi”. Ma ci si dimentica che la guardiania è spesso affidata alle società che gestiscono i servizi aggiuntivi ed è da queste che bisognerebbe pretendere l’assunzione di personale, cosa che non sarà facile dato che queste società devono necessariamente far quadrare i propri bilanci. E’ molto recente, per esempio, la notizia delle difficoltà di Zétema che, pur essendo a rischio di scomparire, “vittima” della spending review, è stata criticata proprio per aver assunto 22 custodi in questo clima di incertezza. Personale che a breve resterà senza lavoro.
        E’ molto difficile, quindi, dar vita ad una protesta che riguarda la categoria degli archeologi, facendola poggiare su un terreno ancora più complicato e insidioso, come quello museale. Mi concentrerei, piuttosto, sui problemi che riguardano molto più direttamente l’ambito archeologico e che sono già sufficienti per avanzare lamentele più che fondate.
        Non intendo, con questo, convincere nessuno di coloro che entusiasticamente aderiscono a #no18maggio, ma spero almeno di aver fornito qualche spunto per ampliare il dibattito e pensare ad azioni future maggiormente mirate.

        Grazie per l’opportunità che mi hai dato di replicare e di dare vita a questo interessante dibattito!

        Caterina

      • Cara Caterina, io ringrazio te perché mi hai dato (e provo a dire, ci hai dato) la possibilità di confrontarmi ed interloquire con un punto di vista differente, che ha le stesse finalità ma che si sarebbe mosso in maniera diversa.
        Come scrissi nel mio primo intervento, nessuno ha ragione o torto, nessuno deve convincersi o essere convinto; ci sono delle opinioni che si manifestano e si confrontano nel tentativo di raggiungere davvero qualcosa di concreto.
        Pur a costo di risultare ridondante, mi tocca ribadire come la protesta sia nata e si sia alimentata a seguito degli interventi del MiBAC circa l’organizzazione della manifestazione e – soprattutto, oserei dire – dopo il goffo tentativo di giustificarsi da parte del Sottosegretario Borletti. Se una persona (professionista dei beni culturali, che ha speso 10 anni o più della sua vita negli studi e nelle specializzazioni, magari disoccupato, magari sottopagato) si sente dire “mettetevi l’anima in pace, i soldi non ci sono e presumibilmente non ci saranno per un periodo indefinito di tempo. Se vogliamo fare qualcosa, questo è l’unico modo. Poi si vedrà”. A quel “poi si vedrà” penso che sia partito l’embolo ad un centinaio di migliaia di persone.
        Allo stesso modo, mi sento di ribadire come la protesta non sia mai sfociata in un’avversione ai volontari o al volontariato in genere. Penso che non mi stancherò mai di ribadirlo.
        Come ti ho detto ieri, mi sono trovato d’accordo con te nel constatare che forse non è stata la migliore occasione, o meglio la più eclatante, per far montare la protesta; è stata l’ennesima inadeguatezza del Ministero che è stata vissuta e percepita con maggiore insofferenza rispetto alle altre. In ogni caso, come mi è stato ricordato privatamente, la Notte dei Musei è un’iniziativa nazionale e aver ‘alzato la voce’ proprio per questa occasione se non altro ci ha dato la possibilità di renderci “visibili” nella nostra “invisibilità”. E tu dirai: “visibili nell’occasione sbagliata a condizioni non favorevoli”. Può darsi, sta a noi trasformare la protesta ‘emotiva’ in protesta ‘costruttiva’.
        Non penso che sia un caso se, pochi giorni dopo l’inizio della protesta #no18maggio, sia nato un nuovo hashtag che non vorrei passasse in secondo piano: #generazionepro.
        È stato dal mio punto di vista il segno che la protesta abbia cominciato a ‘maturare’ già subito dopo la sua partenza, che fosse intenzionata ad avere degli obiettivi ben precisi e costruttivi.
        Senza dubbio l’hashtag, la protesta e l’ondata di dissenso è stata contraddistinta dall’emotività e dall’improvvisazione (intesa nel senso di ‘nata all’improvviso’ dato che nessuno si sarebbe mai aspettato una risposta di quel tipo da parte di un rappresentante del MiBAC).
        Penso che l’unica cosa utile, conveniente e opportuna da fare ora, è passare alla fase successiva, ‘evolverci’ e fare il passo seguente. Dobbiamo spostare e concentrare la nostra attenzione nell’evidenziare i problemi reali che avvolgono il settore archeologico e quello dei beni culturali in genere, nel fare proposte articolate e nel protestare contro le brutture delle cooperative che sottopagano o dei musei con 2 visitatori al giorno e 20 custodi o contro le inefficienze delle istituzioni e degli organi che dovrebbero controllare il buon funzionamento del sistema.
        Direi che è arrivato il momento per convogliare le nostre energie mentali e fisiche in un progetto costruttivo su cui tutti sono invitati a partecipare per far sentire la nostra voce ostinatamente organizzata.
        È l’ora di #generazionepro.

  3. Caro Alessandro, a conclusione di questo nostro dibattito, che spero sia stato interessante anche per tutti coloro che ci hanno seguito :-), posso solo dire che sono d’accordo con te riguardo l’atteggiamento del MiBAC, che effettivamente ha addotto giustificazioni inopportune, dato che sappiamo tutti benissimo che nessun governo ha mai dato alla cultura una parte di rilievo nei propri programmi, e quindi ancor meno dei finanziamenti degni di essere chiamati tali. Sarebbe stato sufficiente dire che l’impiego dei volontari in queste circostanze rientra nelle consuetudini nazionali e internazionali, in quanto si tratta di un apporto valutabile non solo in termini di lavoro effettivo ma anche di valorizzazione del senso civico delle comunità. Forse una risposta di questo tenore avrebbe evitato di provocare le reazioni che sappiamo. Ma ora, dici bene, è arrivato il momento, sbollita la rabbia, di cominciare a fare chiarezza e cercare di far rientrare le ultime polemiche che purtroppo – per quanto tu stesso ed altri abbiate cercato di smorzarle, puntualizzando bene la vostra posizione – ancora si sentono, in giro per il web, contro il volontariato impiegato in modo corretto. Spero che #generazionepro, che tu hai citato, sgombri finalmente il campo da questi equivoci. Grazie, Alessandro, e buon lavoro con il tuo blog! Caterina

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