Le parole in Archeologia

"Non voglio parlare di archeologia. Voglio far parlare l'archeologia" [Alessandro D’Amore]

Archeologia e contaminazione: una via d’uscita

10 commenti

Ho sempre pensato e sostenuto che le contaminazioni di tutti i tipi e nei più svariati campi delle manifestazioni umane siano consigliabili, auspicabili, utili e fruttuose. Arte, musica, danza, scrittura e così via/chi più ne ha, più ne metta.

È successa proprio la stessa cosa all’archeologia qualche decennio fa, quando nella discussione teorica interna alla materia si sono fatte largo idee, principi ed influenze provenienti dalle discipline più impensabili.

In un momento come questo –  in cui ci siamo accorti di essere finiti in una fitta boscaglia, ci siamo resi conto che la strada che stavamo seguendo era quella sbagliata e per giunta abbiamo anche perso la bussola e la mappa su cui facevamo affidamento – penso che ‘abbandonarsi’ alla contaminazione potrebbe almeno farci capire dov’è il nord.

Watzlawick e la chiave perduta

Paul Watzlawick è stato (spesso e volentieri contemporaneamente piuttosto che separatamente) filosofo, psicologo e sociologo ed è considerato uno dei maggiori studiosi della comunicazione. Oltre ai suoi famosi 5 assiomi sulla comunicazione, si è occupato di cambiamento e delle differenti (e idealmente infinite) chiavi di lettura della realtà. Non sfuggirà ai più come questi argomenti siano a dir poco calzanti con i nostri interessi.

In uno dei suoi libri più famosi (Istruzioni per rendersi infelici), ritengo che l’autore abbia ritratto perfettamente – e inconsapevolmente – la situazione attuale dell’archeologia.

“Sotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa. Si avvicina un poliziotto e gli chiede che cosa ha perduto. «La mia chiave», risponde l’uomo, e si mettono a cercare tutti e due. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto gli chiede se è proprio sicuro di averla persa lì. L’altro risponde: «No, non qui, là dietro; solo che là è troppo buio».

Assurdo? Se è così che pensate, state cercando anche voi nel luogo sbagliato. […] questo gioco si fonda sull’ostinata fedeltà  nei confronti di adattamenti e soluzioni che in un imprecisabile passato si rivelarono sufficienti, efficaci o forse perfino gli unici possibili. […] Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono a considerare questi adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Questo fatto porta ad una doppia cecità: in primo luogo, l’adattamento in questione con il passare del tempo non è più il migliore possibile; in secondo luogo, accanto a esso esiste tutta una serie di altre soluzioni.” [P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, pagg. 22-23].

Io l’ho trovato impressionante.

Sempre per riprendere un concetto dello studioso, ormai da diversi anni –  da quando abbiamo cominciato a capire che c’era qualcosa che non andava e che il ‘sistema’ che avevamo messo su e che pensavamo a prova di terremoto si stava sgretolando – il mondo dell’archeologia praticava ostinatamente una TSR (Tentata Soluzione Ridondante). L’unico risultato di questi tentativi era sempre lo stesso: nessuno. Si cercava di ottenere un esito diverso pur perseverando nelle stesse azioni.

Abbiamo assistito – e vissuto sulla nostra pelle – a quella che Watzlawick chiama ‘escalation simmetrica’: nessuna delle due parti in relazione era disposta a modificare le proprie azioni e le proprie re-azioni in conseguenza a quelle dell’altro. È evidente che se le due parti in gioco sono il settore archeologico e il mondo circostante, risulta palese come il mondo dell’archeologia avrebbe dovuto modificare il proprio atteggiamento nei confronti dei cambiamenti del mondo piuttosto che aspettarsi il contrario.

In un certo senso è un meccanismo di autodifesa comune e abbondantemente documentato per cui ci si accorge della falla e delle difficoltà solo quando queste sono evidenti e pressoché irrimediabili. È un po’ la stessa cosa del diffuso pensiero “queste sono cose che succedono agli altri e non a me”.

Ci eravamo convinti che l’unica cosa da fare era continuare per la nostra strada e perseverare nei nostri metodi e nei nostri schemi perché quelli erano gli unici attuabili e non abbiamo mai messo in discussione la loro bontà in relazione alla situazione (sociale, economica, culturale) che si stava trasformando.

Risultato? I metodi, i sistemi e i paradigmi di pensiero che credevamo i migliori (cfr. alle uniche e migliori soluzioni possibili di Watzlawick) lo sono stati fino a qualche anno fa, ora non lo sono più.

E ora?

Bene, abbiamo capito quello che avremmo dovuto fare ma che non abbiamo fatto. Quindi cosa dobbiamo e possiamo fare ora? Anche in questo caso lo studioso austriaco ci propone una soluzione; o meglio, ci avverte che la scappatoia del “meta-problema” non è percorribile. Mi spiego: parlare del problema, sviscerarne le cause, chiederci come e perché siamo arrivati fin qui non funziona. Non produce nessun risultato se non sempre il solito: nessuno.

Siamo in una fase talmente profonda del problema che le cause sono inarrivabili (e anche oggettivamente troppe), definire il problema è impossibile, stabilire il come e il perché inutile.

Ci si può fare solo una domanda: «come potrebbe andare peggio?». La risposta (l’unica sincera e sinceramente oggettiva) è: «continuando così».

In questi casi, si può fare solo una cosa: cambiare, o meglio sparigliare.

Sign. Separare, scompagnare, dividere una pariglia.

da [pariglia] coppia, a sua volta da [par] pari – preceduto da una [s] privativa.

[…] Lo sparigliare risulta una mossa originale, d’assalto ma soprattutto vincente, con cui si scompagina e separa riuscendo in risultati clamorosi.” [fonte: unaparolaalgiorno.it].

Si devono abbandonare i vecchi paradigmi, i vecchi metodi e le vecchie azioni e praticarne di nuovi perché quelli precedenti non hanno funzionato e non sono la soluzione migliore possibile per questo problema. Abbandonare non vuol dire modificare ciò che abbiamo fatto finora oppure fare le stesse cose che abbiamo fatto fino a ieri in maniera diversa, significa smettere di fare ciò che si sta facendo o insegnando per sempre.

L’unico sostegno al nostro morale – già duramente provato da questa visione – può derivare solo dalla teoria della profezia che si autodetermina. Se si vuole realmente raggiungere l’obiettivo, e ci si prodiga in azioni che tendono realmente verso quell’obiettivo, allora riusciremo realmente a raggiungere l’obiettivo. La ripetizione dell’avverbio ‘realmente’ e del sostantivo ‘obiettivo’ non è un refuso, è assolutamente intenzionale. Perché è necessario che una persona voglia realmente arrivare a quell’obiettivo per far sì che l’obiettivo diventi reale. Noi dobbiamo realmente volere (ed agire per ottenere) una nuova archeologia per far in modo che ci sia una reale nuova archeologia.

Prendiamoci dei rischi: idee

Dopo tutte queste teorie, sarebbero opportune delle proposte.

Prima di cominciare ad esporre la mia visione, però, mi preme aggiungere un appunto.

Quando parlo di cambiamento, spesso e volentieri non mi riferisco solo (anzi, quasi mai) ad un cambiamento istituzionale o politico-amministrativo, ma faccio riferimento ad un cambiamento personale e soprattutto mentale. Ci troviamo in una situazione in cui è impensabile non cambiare il nostro atteggiamento mentale se vogliamo realmente risolvere il problema. Non possiamo e non dobbiamo applicare vecchie soluzioni per fronteggiare nuovi problemi. Un esempio esplicativo per quanto paradossale: è come se mentre stavamo giocando una partita a Monopoli, ci siamo distratti un attimo e qualcuno ci ha sostituito il gioco che avevamo sul tavolo con Risiko. Sarebbe da pazzi voler invadere la Russia senza carri armati ma con i soldi del Monopoli in mano.

Cambiare, per un archeologo che opera o vorrebbe operare nel mondo di oggi, vuol dire prendersi dei rischi. Smettere di desiderare un posto fisso a tempo indeterminato perché le possibilità sono poche e la percentuale è bassa. Per cambiare si deve pensare all’archeologo professionista, che opera da libero professionista e che possa affermare e rivendicare la propria esistenza come libero professionista portatore di valori non solo culturali ma anche sociali.

Significa – per riprendere la similitudine precedente – gettare i soldi del Monopoli in aria e cominciare a convincere tutte le persone presenti al tuo tavolo da gioco che sei bravissimo a guidare un carro armato, che farebbero un affare ad affidartene uno, che non sanno cosa si perdono, finché qualcuno ti darà fiducia e ti chiederà di gestirne uno e allora sì che potrai giocare anche tu a Risiko.

Il dibattito online è fecondo e vivace e le idee tra gli addetti ai lavori sono molteplici e diversificate per approccio e contenuto. Qualcuno ha auspicato la chiusura dei corsi di laurea in archeologia per evitare l’inutile formazione di schiere di futuri disoccupati, ma sinceramente non mi sembra una proposta accettabile: sarebbe come tagliare tutti i boschi per evitare gli incendi.

D’altro canto non ci si può neanche aspettare un intervento salvifico dello Stato: i soldi per ora non ci sono; se ce ne saranno, verranno sicuramente destinati per altro. Lagnarsi che le istituzioni, il governo, lo Stato non immette liquidità, che i concorsi pubblici per le soprintendenze sono bloccati, che le università non possono fare ricerca perché lo Stato non finanzia la ricerca, non risolve il problema. Questo non vuol dire che non sia vero (anzi, è verissimo!), ho detto solo che non è utile alla risoluzione del problema.

Ecco quello a cui tendo e a cui spero molti di noi tenderanno.

Università: pochi e mirati scavi didattici economicamente sostenibili per ogni dipartimento e creatori di valori sociali all’interno delle comunità in cui si svolgono. Le università devono avvalersi di esperti nella progettazione europea per poter attingere ai fondi destinati alla ricerca che la Comunità Europea mette a disposizione periodicamente ma che tornano inesorabilmente indietro anno dopo anno per l’incapacità di sfruttarli adeguatamente.

Soprintendenza: imprescindibile garante territoriale della tutela e della valorizzazione dei beni culturali che dovrebbe farsi – in quanto emanazione dello Stato sul territorio – garante delle condizioni contrattuali e lavorative degli archeologi professionisti che operano nel territorio. Vigilare che un archeologo possessore di partita IVA non venga retribuito al di sotto di una certa somma, che  i pagamenti avvengano entro un determinato arco di tempo e che non vengano avanzate richieste fuorilegge dalle ditte costruttrici o dalle cooperative archeologiche.

Archeologi professionisti: una rete di professionisti che non cede il passo ad una guerra tra poveri, a chi offre di meno pur di ottenere una sorveglianza archeologica. Una comunità che fa rete – appunto – che non si svende e che diventi finalmente consapevole delle proprie professionalità a cui attribuisce un valore irrinunciabile, anche economico. Immagino un network di professionisti che fanno sistema e possono dare origine a organizzazioni del tutto nuove come la ‘cooperativa diffusa’, in cui singoli professionisti nel campo dell’archeologia non si combattono ma si alleano, stabilendo doveri (livelli minimi di qualità professionale) e diritti (tariffe, condizioni, tempi).

Penso che a questo punto del testo sia giunto solo l’impavido lettore mosso da interesse o da sdegno. Come si suol dire, ho messo molta carne al fuoco e spero che qualcuno raccolga (in positivo o in negativo, non mi importa) questo mio sforzo.

La mia riflessione è partita proprio da una contaminazione culturale del tutto involontaria ma gravida di risultati se non altro personali. Spero che anche qualche altro/a “compagno/a di viaggio” possa ricevere la propria illuminazione lungo la via per Damasco. Il mio sforzo sarebbe già ripagato: saremmo in due.

“Perché è così difficile rendersi conto che la vita è un gioco a somma diversa da zero? Che si può vincere insieme non appena si smetta di essere ossessionati dall’idea di dover battere l’altro per non essere battuti? E che si può persino vivere in armonia con l’avversario decisivo, la vita?” [P. Watzlawick, p. 100].

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10 thoughts on “Archeologia e contaminazione: una via d’uscita

  1. Sulla contaminazione sono del tutto daccordo con te, Amilcare Bietti, studioso del paleolitico, per esempio, era un fisico e la sua è una delle figure più geniali che, a mio parere, abbia avuto l’archeologia preistorica in Italia.

  2. Va anche detto che Bietti è stato un studioso dell’800, un mondo nel quale l’Archeologia non esisteva e pertanto essere archeologi era impossibile… E anche se capita, io preferisco ancora farmi spiegare la Colonna Traiana da Salvatore Settis che non da Paco Lanciano. Ma sottigliezze…

    Io più che di contaminazione parlerei di “fertilizzazione incrociata”, tema caro a Davide Borra che forse esprime più compiutamente il bisogno che ha l’archeologia di reinventarsi disciplina multisciplinare, e non solo perché studia ossa e cocci…

    Sulle Università: basterebbe adottare il sistema dei Grant made in USA, invece che aspettare sempre la mano dall’alto che elargisce fondi solo perché siamo accademia. E non dimentichiamo che i progetti di ricerca europei vengono finanziati solo se esistono reti transnazionali di ricerca, tra più università: è questo il principale ostacolo con chi è abituato a considerare “roba propria” una ricerca.

    Soprintendenza: basterebbe che applicasse serenamente i principi dell’open data e dell’open format e della trasparenza delle retribuzioni, essendo ente pubblico. È l’unico modo per la meritocrazia, per l’avanzamento della ricerca, per buttare fuori gli intrusi.

    Archeologi: mi dispiace, ma più che “cooperativa” a me sembra tanto una casta, un ordine, che altrove aboliamo. Le tariffe professionali sono abolite per legge e grazie al cielo, chiedere che vengano ripristinate nel mondo archeologico è folle. È pensare di combattere il mercato creando un cartello è fuori da ogni prospettiva moderna. Bisogna cambiare il modo di assegnare i bandi nella PA, problema annoso, allora vedrai come un archeologo che fonda una semplice SRL ben lungi dal partecipare ad una guerra tra poveri sarebbe in grado di fare il suo onesto lavoro, così come tutti gli altri, in serena competizione meritocratica ma al tempo stesso con la consapevolezza che c’è tanto lavoro che tutti noi neanche basteremmo. Basta convincerci che il Patrimonio Culturale è una cosa seria che va gestita da professionisti, non come oggi che con i BB.CC. si “arricchiscono” tutti, cani e porci, tranne gli archeologi, convinti che tutto sommato il loro compito è scavo, accademia, ricerca e biblioteca.

    • Caro Simone,
      innanzitutto grazie per il tuo commento.
      Ho utilizzato il termine ‘contaminazione’ perché durante la scrittura e l’elaborazione mentale del post l’ho sentito più vicino al processo che mi ha portato ad incontrare questo autore e le sue teorie. All’interno del “recinto semantico” del termine, sicuramente anche ‘fertilizzazione incrociata’ è decisamente consono.
      Ovviamente devo essermi espresso male. Lungi da me auspicare la creazione di una casta o di un cartello di archeologi. Non solo non sarebbe una misura per ‘combattere il mercato’, ma sarebbe un enorme passo indietro nella storia del professionismo nel nostro campo.
      Rileggendo il post, penso anche di aver individuato il punto di criticità. Quando scrivo “singoli professionisti nel campo dell’archeologia che non si combattono ma si alleano, stabilendo doveri (livelli minimi di qualità professionale) e diritti (tariffe, condizioni, tempi)” non auspico certo la compilazione di un tariffario unico anti-libero mercato e anti-concorrenza. Quando parlo di tariffe mi riferisco piuttosto all’indecente situazione (in cui sicuramente molti di noi si saranno ritrovati) in cui ci si sente dire – anche per una sorveglianza di un mese – “se abbassi un po’ il prezzo, l’appalto te lo faccio vincere”. Mi riferivo al meccanismo dell’eccesso di ribasso per cui ottieni un lavoro solo se “ti vendi” e vendi la tua professionalità al prezzo più basso possibile.
      In fondo, come accennavi tu, il discorso è strettamente collegato al funzionamento delle soprintendenze e alle modalità di assegnazione dei lavori, ma se un buon numero di archeologi “consapevoli e coscienti” si ponesse nei loro confronti e nei confronti delle ditte archeologiche in maniera diversa, forse qualcosa comincerebbe a cambiare, no?
      Sulle università sono d’accordo con te e quello che volevo sottolineare era proprio la necessità di smettere di aspettare l’intervento dall’alto che tutto risolve e tutto aggiusta. E’ altrettanto vero che i progetti europei hanno i loro vincoli strettissimi ed è per questo che un cambiamento del genere non può avvenire dall’oggi al domani perché necessita di un cambio di mentalità e di approccio sostanziale.
      Spero di aver risposto almeno in parte alle tue osservazioni.
      [Alessandro]

      • Io avevo capito che non era tua intenzione “lanciare” un ordine-casta degli archeologi, purtroppo è quello che per altri può trasparire dalla lettura del post. Anche auspicare una coalizione “anti-ribasso” non può funzionare, il perché è molto semplice: chi stabilisce che una sorveglianza che io posso fare a €300 (metti caso) costituisca un eccessivo ribasso se la media risulta €350? Io magari sono in grado di fare €300 perché la sorveglianza la faccio nella via sotto casa, mentre gli altri devono farsi due ore di viaggio A/R. Allo stesso modo è ovvio che se voglio andare a farla in Friuli, i miei costi saranno inevitabilmente più alti degli archeologi in loco, che potranno fare un prezzo più basso.
        Semplicemente, va cambiato il modo di gestire la cosa: abolizione del massimo ribasso e trasparenza del dato. L’archeologo che si svende pur di guadagnare €100 lo troverai sempre, perché purtroppo i disperati non li puoi eliminare con un accordo interno. Allora o alzi moltissimo i requisiti tecnici e accademici (e cominciare ad impedire che gli studenti siano sfruttati in questo campo come a volte/spesso avviene), oppure appunto fai in modo che i dati siano visibili a tutti. La prossima volta che darai un lavoro per €100 e tutti potranno vedere che è una porcata e scriverlo sui giornali, vedi allora come le cose cambiano. Quelle €100 sono sempre soldi dello Stato derivati dalle tasse di cittadini, dì loro come vengono usati e forse le cose cambiano automaticamente. Forse, otterrai più professionalità e guarderai di più alla qualità e meno alla quantità.
        Allora, che lo si chiami “cambiamento” o fertilizzazione incrociata poco importa se poi il risultato è il medesimo: ma al di là del cambiamento che noi archeologi dobbiamo fare, molto deve cambiare nella governance di questo Paese, a cominciare dal fare in modo che chi è messo negli uffici a fare l’ispettore non viva quel ruolo come un ruolo di potere, ma come un servizio alla cultura. Se come primo passo noi archeologi in blocco cominciassimo a denunciare tutti gli ispettori che fanno porcate in Italia, allora vedi come tutto funzionerebbe meglio. Il problema è che siamo un po’ tutti codardi, perché il lavoro è poco e se poi le denunce non vanno a buon fine neanche espatriare ci salverà… 😉

      • In questo caso, hai fatto benissimo a farmi notare la concreta possibilità di fraintendimento nelle mie parole. La prossima volta sarò più cauto e preciso nell’esprimere le mie proposte che nell’impeto e nel trasporto della scrittura ‘emotiva’ mi hanno indotto in imprecisione 🙂
        E’ indubbiamente vero: la trasparenza del dato cambierebbe le carte in tavola, ma anche l’innalzamento degli standard tecnici non sarebbe male. Così forse la qualità dell’operato sarebbe centrale nell’affidamento di un lavoro e sarebbe anche una buona strada da seguire per la “nobilitazione” professionale.
        Certo, molto deve cambiare nella gestione del Paese e del comparto culturale, ma dovremmo (e dobbiamo) continuare a sostenere e a credere che noi qualcosa possiamo farla. Che se ci unissimo nella denuncia degli appalti poco chiari e dei procedimenti misteriosi o delle azioni ai limiti dell’illegalità di ispettori di soprintendenza, allora i responsabili e i dirigenti del settore di cui facciamo parte qualcosa saranno costretti a cambiarla se non vogliono rimanerne coinvolti.
        La tua chiusa è purtroppo in molti casi una triste verità. Ma è una verità a cui non vorrei arrendermi…non senza averci almeno provato a cambiare le cose nel mio piccolo.
        [Alessandro]

  3. Davvero una visione matura e moderna dei problemi, delle loro radici ed un lucido elenco di soluzioni. Un’ulteriore dimostrazione che nel mondo dell’archeologia un cambiamento di rotta è richiesto sempre più insistentemente e che ci sono le idee e le energie per farlo. Quanto ancora si riuscirà ad ignorarlo?

    • Grazie Giuliano.
      Un cambiamento, ‘il’ cambiamento, è necessario, fondamentale e vitale per la disciplina che amiamo. Quando tutti – ma proprio tutti – avremo abbastanza idee e la voglia concreta di spendere energie, allora il cambiamento comincerà. Continuiamo e perseveriamo; io, tra mille difficoltà e senza uno stipendio da 6 mesi, non mi arrendo.
      [Alessandro]

  4. PS: attenzione a non confondere i due Amilcare Bietti …

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